“Portavoci” e “facilitatori”: così il democratico Israele uccide i giornalisti in Libano

Hosnysalah - Giornalista palestinese. Immagine di repertorio


C’è un meccanismo che si ripete con inquietante regolarità nel conflitto israeliano in Libano. Un giornalista viene nominato pubblicamente dal portavoce dell’IDF, Avichay Adraee, sui propri profili social, indicato come elemento ostile o “facilitatore” di Hezbollah. Poi, nel giro di giorni o settimane, quel giornalista muore in un raid israeliano.

È accaduto con Ali Shoeib, corrispondente di Al-Manar per il sud del Libano: il 18 marzo Adraee lo aveva citato esplicitamente in un post in cui le IDF mostravano obiettivi colpiti nel Libano meridionale. Il 28 marzo Shoeib era morto, insieme a Fatima Ftouni di Al-Mayadeen e al fratello di lei Mohamad, fotoreporter. Il 23 aprile è toccato ad Amal Khalil, giornalista di Al-Akhbar, uccisa a Tiri.

Così la “democratica” Israele uccide i giornalisti in Libano

Questi professionisti hanno in comune due cose: lavoravano per testate che Tel Aviv considera legate a Hezbollah, e sono stati uccisi dalle IDF. Dall’inizio della guerra in Libano e Iran, i giornalisti “eliminati” dall’esercito israeliano sono almeno otto.

La giustificazione israeliana si appoggia su un think tank vicino all’intelligence militare, l’Alma Research and Education Center, fondato da un’ex ufficiale delle IDF. I report di Alma classificano le testate per cui lavoravano le vittime come “organi ufficiali” o “affiliati” di Hezbollah. Al-Manar, emittente televisiva su cui lavorava Shoeib, è sottoposta a sanzioni statunitensi dal 2006 ed è descritta da Alma come la piattaforma con i legami più diretti con il Partito di Dio. Al-Mayadeen, per cui lavorava Fatima Ftouni, è definita invece un “portavoce esterno sofisticato”, capace di amplificare la narrativa di Hezbollah verso un pubblico più vasto.

Il confine tra giornalismo e propaganda

Al-Akhbar, testata di Amal Khalil, è uno dei quotidiani più letti in Libano. Alma lo definisce “affiliato” ma non organo ufficiale del partito: si presenta come indipendente, dedica ampio spazio alle attività di Hezbollah e usa una terminologia vicina alla “narrativa della resistenza”. Elementi sufficienti, nella logica israeliana, a rendere i suoi giornalisti obiettivi militari legittimi.

Il problema è evidente: la distinzione tra “media affiliato” e “giornalista combattente” è tracciata unilateralmente da Israele, attraverso documenti prodotti da analisti provenienti dagli stessi ambienti militari che ordinano i raid. Un giudice, un’accusa e un boia che coincidono nella stessa struttura. Il diritto internazionale umanitario protegge i giornalisti nelle zone di conflitto indipendentemente dalla linea editoriale della testata per cui lavorano. Quella protezione, in Libano, sembra non valere.


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