Pizzaballa denuncia i crimini di Israele in Palestina: “Il dolore è di tutti, ma c’è chi possiede le armi e chi ne è minacciato”
Apr 27, 2026 - Francesco Pipitone
Il cardinale Pizzaballa
Mentre il mondo continua a guardare Gaza con orrore, un’altra emergenza silenziosa consuma giorno per giorno ciò che resta della Palestina. A denunciarla con parole inequivocabili è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, in una lettera pastorale ai fedeli della sua diocesi: un testo che non si nasconde dietro la diplomazia religiosa e che chiama le cose con il loro nome, riconoscendo con chiarezza da che parte stanno il potere e da che parte stanno le vittime.
“Esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato“, scrive il Patriarca. “Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.” Parole che, nel contesto del conflitto israelo-palestinese, hanno il peso di una presa di posizione.
La Cisgiordania: verso un’occupazione permanente
Il cuore della denuncia di Pizzaballa riguarda la Cisgiordania, dove “la situazione si deteriora di giorno in giorno”. È lì, avverte il Patriarca, che si sta decidendo il futuro del conflitto: gli insediamenti israeliani — illegali ai sensi del diritto internazionale — continuano ad espandersi, le aggressioni dei coloni si moltiplicano, e lo Stato di diritto è ridotto a una finzione. “Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa.”
È la descrizione di un piano che procede metodicamente, approfittando del caos di Gaza per accelerare la colonizzazione della Cisgiordania lontano dai riflettori internazionali. Un processo che la comunità internazionale osserva senza intervenire, mentre le parole un tempo fondanti del dialogo — “convivenza”, “giustizia”, “due popoli due stati” — “appaiono logore e svuotate di significato.”
L’algoritmo che uccide, le potenze che guardano
Tra le riflessioni più perturbanti della lettera c’è quella sull’intelligenza artificiale applicata alla guerra. “Mi sono chiesto più volte: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte ‘per decisione di un algoritmo?'”, scrive Pizzaballa. Una domanda che rimanda direttamente alle denunce di organizzazioni per i diritti umani sull’uso israeliano di sistemi di targeting automatizzato a Gaza, strumenti che hanno contribuito a un bilancio di vittime civili senza precedenti nella storia recente.
Il quadro globale che emerge è quello di un sistema internazionale complice per omissione, in cui “la guerra è diventata oggetto di un culto idolatra” e i civili non sono più vittime collaterali ma “strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo”. Alcune potenze mondiali, scrive il cardinale senza giri di parole, “scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici.” Un riferimento difficile da non leggere come rivolto anche a chi continua a rifornire Israele di armi e copertura diplomatica.
I luoghi santi usati per giustificare la violenza
Pizzaballa affronta infine la strumentalizzazione religiosa del conflitto. I luoghi santi, che “dovrebbero essere spazi di preghiera”, vengono invece “invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo.” Un abuso che il Patriarca definisce “il peccato più grave del nostro tempo”: la religione trasformata in scudo ideologico per legittimare la spoliazione di un popolo.
A fare eco è il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, secondo cui la risposta alla crisi dell’ordine internazionale “può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni.” Parole giuste. Che però rischiano di restare vuote finché non ci sarà la volontà politica di applicarle anche a chi le viola con più sistematicità.
