“I turisti sono cosa della camorra”: Saviano torna a Napoli e la racconta (ancora) solo con le ombre

Roberto Saviano alla Federico II


Vent’anni dopo Gomorra, Roberto Saviano torna alla Federico II per un convegno dedicato al suo libro più celebre e controverso. Parla di “riconciliazione con Napoli”, si emoziona, saluta gli amici di un tempo. Poi, puntuale come un orologio, arriva la sentenza: il boom turistico che ha trasformato la città? Roba della camorra. “La camorra si è adattata subito, ha investito in b&b, ha aperto attività, ristoranti, pizzerie… i turisti sono una cosa loro”, dice Saviano davanti alla platea accademica. “Mi chiedo: in città sta davvero cambiando qualcosa o è solo apparenza?”

Una domanda legittima, in astratto. Peccato che la risposta esista già, e sia scritta nelle strade di Napoli. Saviano, però, sembra non volerla leggere.

Il riscatto che la narrazione ignora

Basta camminare nei Quartieri Spagnoli, alla Sanità, a Forcella per capire che qualcosa di strutturale è cambiato. Questi erano quartieri in cui la presenza dello Stato era pressoché assente e il controllo della malavita quasi totale. Oggi sono mete turistiche internazionali, con botteghe artigiane, street food, cooperative sociali, guide turistiche giovani cresciute nel quartiere stesso. Ragazzi che hanno visto con i propri occhi che esisteva un’alternativa concreta alla strada, e l’hanno scelta.

Il turismo non ha solo portato soldi: ha portato dignità, visibilità, opportunità. Ha dimostrato a interi rioni che il mondo poteva guardarli con ammirazione invece che con paura. Cooperative come La Paranza alla Sanità, o le decine di piccole imprese nate nell’ultimo decennio nei vicoli del centro storico, sono la prova tangibile di un cambiamento che non è “solo apparenza”. È lavoro, è reddito, è futuro.

La camorra c’è, ma la città non è solo camorra

Nessuno nega che la criminalità organizzata tenti di infiltrarsi nell’economia turistica, come del resto fa in qualsiasi settore in espansione, dal nord al sud d’Italia. Ma ridurre il fenomeno turistico napoletano a un affare camorristico significa cancellare con un colpo di spugna il lavoro di migliaia di persone oneste, giovani imprenditori, operatori culturali e famiglie che in quel turismo hanno trovato una via d’uscita dalla marginalità.

Una città cambia, si trasforma, produce anticorpi. Fotografarla sempre e solo attraverso il prisma della criminalità non è più denuncia: è un’altra forma di pregiudizio.

Napoli non ha bisogno di tutori del disincanto

“Mi chiedo se davvero stia cambiando qualcosa”, dice Saviano. La risposta, se avesse voglia di cercarla al di fuori del proprio schema interpretativo, è sì. Napoli sta cambiando. Non in modo uniforme, non senza contraddizioni, non senza la presenza persistente della criminalità. Ma sta cambiando. E il turismo è stato uno degli strumenti più potenti di quella trasformazione, non il suo sabotatore.

La narrazione che dipinge ogni euro speso da un turista a Forcella come denaro che finisce nelle tasche dei clan non racconta la verità: la criminalizza. E criminalizzare chi sceglie Napoli — i visitatori, ma soprattutto chi ci vive e ci lavora — è un lusso che questa città non può più permettersi.


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