“I cani nel cervello”: poesia tra le stanze sospese di Villa Ruggiero

Villa Ruggiero Ercolano


C’è una biblioteca sospesa a Ercolano, dentro Villa Ruggiero. Aspetta il restauro, aspetta i lettori, aspetta di tornare a vivere. Ieri pomeriggio, 19 maggio, si è svolto un incontro per il Maggio dei Libri, organizzato dalle operatrici della biblioteca. Qualcuno è arrivato. Una manciata di persone, poco meno di 10, riunite attorno all’ospite Nicola Barbato, con il suo libro di poesia I cani nel cervello, edito da Eretica Edizioni.

La poesia de I cani nel cervello

Nicola viene dall’aversano ed è un ex studente di lettere alla Federico II; fa capo al collettivo culturale Tozza Bancone, fa teatro e ha uno stile esuberante e pieno di vitalità.

I cani nel cervello sono poesie nate ai tavoli del bar, nell’alone di una serata condivisa, disegnate insieme agli amici perché le parole non abitassero il vuoto, ma lo spazio bianco della poesia. Non un’operazione solitaria, ma qualcosa che somiglia a un’arca, a una comunità; sono parole, dice, che raramente crescono spontanee.

Il libro è stato scritto per sottrazione. Si prende un codice (linguistico, formale, anche esistenziale) e si toglie, si taglia, si brucia il superfluo fino a quando resta solo ciò che non si può eliminare. Il formalismo è paralisi, ripete Barbato, e la forma non è un contenitore, ma un campo di possibilità infinite, come la luna che qualcuno può azzardarsi a descrivere come un vaso scoperchiato.

Aleggia sull’incontro, come un grande fantasma guida, Roberto Bolaño con i suoi Detective Selvaggi, in cui i poeti si ricercano nelle locande e la comunità avviene per vie oblique e notturne. E aleggia Gabriele Galloni, poeta e amico, venuto a mancare di recente: Bolaño e Galloni, dice Barbato, sono due amici. La morte in questo libro fa rumore.

Sulla destra il poeta Nicola Barbato

La poesia dell’asse mediano

La provenienza del libro è l’asse mediano. Anche se nel libro è presente come dedica, l’autore ci tiene a precisare che essa è un’origine. Una terra apocalittica, avvelenata dai rifiuti da decenni, irradiata. I cani abbaiano lì e nella sua testa. Quella stessa terra ospita Aversa, la città dei pazzi, il manicomio che la città ha dimenticato e che l’autore prova a recuperare, a riabitare. I cani nel cervello è anche un tentativo di cambiare la nostra idea sulla follia, di smontarne il discorso, come solo la poesia sa fare.

Barbato cita Carmelo Bene, il santo idiota; cita l’indolenza del Sud come una condizione da non esorcizzare ma da tenere dentro, da fare propria. Ciascuno dovrebbe avere in sé il proprio sottosviluppo. Questo libro è una questione di sopravvivenza.

L’autore ne annuncia la sua vitalità: «come i cani a briglie sciolte, come una sublimazione della vita che i nostri piccoli stomaci contorti faticano a digerire, specie quando le forme della morte ci vengono così vicino».

La biblioteca aspettava. Per un’ora, finalmente, ha smesso.


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