Elezioni in Israele, denunce di brogli e squadre nei seggi arabi. Ma anche l’opposizione è pro genocidio
Ott 27, 2026 - Francesco Pipitone
Elezioni in Israele - Gadi Eisenkot è il principale avversario di Benjamin Netanyahu
Si vota oggi in Israele per rinnovare i 120 seggi della Knesset, in un clima di fortissima tensione, con la Cisgiordania nuovamente al centro di una violenta escalation. Il premier uscente Benjamin Netanyahu, imputato per corruzione in patria e raggiunto da un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra, affronta quella che i sondaggi descrivono come la battaglia più difficile della sua carriera politica.
Non è una tornata elettorale come le altre. Dal suo esito dipendono il destino dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, travolti dai massacri del genocidio i cui presupposti sono stati posti in essere nel 1948, con la Nakba. Ma a pesare sul voto, fin dalle prime ore, sono le denunce di irregolarità.
Un voto segnato da denunce e sospetti
Fin dall’apertura dei seggi, diversi partiti di opposizione hanno presentato esposti alla Commissione elettorale centrale. Il partito di Gadi Eisenkot, Yashar, ha denunciato un «tentativo sistematico» di sabotare il voto: sue schede rimosse, rovinate o segnate in modo da portare all’annullamento, e code lunghissime nelle zone in cui ha più consenso, con il timore che le vie d’accesso siano state ostacolate per frenare l’affluenza. Denunce analoghe sono arrivate da Yisrael Beytenu, da Popolo d’Israele e dal partito dei riservisti di Yoaz Hendel.
Un osservatorio civile di circa ventimila volontari ha segnalato presunte registrazioni illegali degli elettori in 115 seggi, con rappresentanti del Likud coinvolti in almeno 50 casi. Il partito Yachad di Naftali Bennett ha presentato una denuncia per un presunto monitoraggio degli elettori da parte del Likud tramite un’applicazione, accusa che la Commissione elettorale ha giudicato inizialmente non fondata e che il Likud nega. Si tratta, finora, di denunce: non ci sono accertamenti definitivi.
Le «squadre» del Likud nei seggi arabi
Il Likud e il partito di Bezalel Smotrich, il Sionismo religioso, hanno annunciato di voler schierare circa duemila attivisti come osservatori nei seggi delle comunità arabe, citando timori di brogli che, secondo il Times of Israel, non hanno riscontri. La responsabile della Commissione elettorale, Din Livneh, ha già ribadito a giugno: «In Israele non ci sono brogli».
Secondo un’inchiesta di Haaretz, il Likud avrebbe inoltre organizzato squadre incaricate di filmare gli elettori arabi fuori dai seggi, e alcuni suoi dirigenti starebbero preparando una campagna sui «brogli» da lanciare nel caso di una pesante sconfitta. Il partito nega. Per i critici, la mossa serve a intimidire un elettorato decisivo e a creare in anticipo il pretesto per contestare il risultato.
La posta in gioco: un Parlamento senza maggioranza
Gli ultimi sondaggi indicano un testa a testa tra il Likud e Yashar, con la coalizione di Netanyahu intorno ai 48-51 seggi e il blocco di opposizione tra 54 e 56, quindi nessuno dei due raggiungerebbe quota 61. A fare da ago della bilancia sarebbero i partiti arabi, a cui i sondaggi attribuiscono circa 14 seggi.
Ad ogni modo, anche se prevalesse Yashar cambierebbe ben poco per quanto riguarda la politica estera ed il trattamento dei palestinesi: Gadi Eisenkot è infatti un generale dell’IDF che si oppone all’esistenza di uno stato palestinese, supporta gli insediamenti illegali in Cisgiordania e che durante la campagna elettorale ha dichiarato che «sotto il governo che formeremo, non ci sarà alcuno Stato palestinese».
Per la Casa Bianca, secondo il Washington Post, la soluzione gradita sarebbe un governo di coalizione che includa lo stesso Netanyahu. Proprio la sua permanenza al potere, avvertono gli analisti, potrebbe consentirgli di archiviare il processo per corruzione, con la grazia o con altri mezzi.
Netanyahu: genocidio a Gaza, pulizia etnica in Cisgiordania e i processi per corruzione
Per i palestinesi la partita è esistenziale. Nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sui territori palestinesi occupati ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Intanto in Cisgiordania si susseguono incursioni nelle case dei palestinesi e demolizioni, con quello che la stampa ha definito un «lockdown totale» deciso dal governo Netanyahu.
In Israele Netanyahu è sotto processo dal 2020 per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre distinti casi, ed è il primo premier in carica a essere imputato. Il procedimento è stato più volte rinviato per motivi di sicurezza. A novembre 2025 il premier ha chiesto la grazia al presidente Isaac Herzog, che finora l’ha respinta, mentre si è parlato di un patteggiamento.
All’estero pende il mandato d’arresto della Corte penale internazionale, emesso nel novembre 2024 per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui l’uso della fame come metodo di guerra. La Corte ha respinto i ricorsi di Israele e, nel dicembre 2025, la Camera d’appello ha confermato l’impianto del procedimento. Il premier rischia l’arresto se mette piede nei Paesi aderenti alla Corte.
