Come reagirono i napoletani quando a San Gennaro fu tolta la Santità?

“San Gennaro benedicente” di Francesco Solimena

Secondo la tradizione san Gennaro nacque nel III secolo d. C. a Napoli. Divenuto vescovo di Benevento, si fece ben presto amare da tutta la comunità, cristiana e pagana. Quando seppe che il giudice Dragonio aveva incarcerato il diacono Sossio, a capo della comunità di Miseno, decise di tornare a Napoli per fargli visita insieme con i diaconi Festo e Desiderio. Il proconsole, saputo del loro arrivo e credendo di fare cosa grata all’imperatore Diocleziano, li fece arrestare e li condannò a morire nell’anfiteatro di Pozzuoli, sbranati dagli orsi, o secondo alcuni, dai leoni. Le belve però si mostrarono stranamente mansuete e Dragonio decise così di farli decapitare il 19 settembre del 305 d. C. Inizialmente le spoglie di San Gennaro furono poste a Pozzuoli e dopo circa cento anni furono trasferite nelle catacombe di Capodimonte, chiamate poi con il nome del Santo. Durante questo spostamento avvenne ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: il suo sangue, conservato in due ampolline, si sciolse. Anche se storicamente la prima liquefazione fu documentata solo nel 1389, come riportato da “Chronicon Siculum”. Oggi le due boccette sono conservate all’interno di una piccola teca rotonda con una cornice d’argento, situata nel Duomo di Napoli. Una delle due ampolle contiene meno sangue poiché Carlo III di Borbone ne prelevò una parte per portarlo con sé in Spagna. Tre volte l’anno, durante una solenne cerimonia i fedeli accorrono per assistere alla liquefazione del sangue di san Gennaro.

ampolla con il sangue di san Gennaro

Fin qui sembrerebbe una delle tante storie che contraddistinguono la vita dei martiri cristiani. Ma il problema è che la sua esistenza storica è molto dubbia. Le fonti dell’epoca non ne parlano, i primi cenni risalgono a oltre un secolo più tardi. I documenti più significativi risalgono al VI e al IX secolo. Per questa ragione, poco dopo il Concilio Vaticano II, che si svolse dal 1962 al 1965, una commissione formata da vescovi e teologi, chiamata Congregazione dei Riti, pensò di cancellarlo dal calendario dei santi con una riforma liturgica del 1969.

processione nel giorno di san Gennaro

La reazione del popolo partenopeo e della Curia napoletana alla decisione fu immediata. Napoli insorse contro questa comunicazione perché non accettava di veder revocare la santità al proprio santo patrono. Vedendo la reazione dei cittadini del capoluogo campano il Vaticano decise di restituire san Gennaro ai propri fedeli, declassandolo però a santo di serie B, ossia specificando che il suo culto doveva avere una diffusione esclusivamente locale. Ma anche in questo caso, i napoletani risolsero la situazione con la simpatia che li contraddistingue. Pensando che il martire cristiano potesse risentire di questa decisione, i cittadini ricoprirono i muri della città con scritte che avevano l’obiettivo di consolarlo. Tra le più celebri si ricorda: “San Gennà, futtatenne!”. L’amore che i fedeli provavano per questo santo portò Giovanni Paolo II a proclamarlo ufficialmente patrono di Napoli e della Campania nel 1980. Dopotutto non era la prima volta che il santo aveva rischiato di perdere i propri cittadini. Successe anche quando, per quindici anni, fu sostituto da Sant’Antonio da Padova per aver fatto sciogliere il proprio sangue il giorno successivo alla proclamazione della Repubblica Napoletana. Ma anche se i secoli passano e le ragioni cambiano, nulla riesce ad allontanare definitivamente san Gennaro dai suoi fedeli napoletani.

Fonti: Paolo Pedote, “101 motivi per credere in Dio e non alla Chiesa”, Roma, Newton Compton, 2010

Stefano Bagnasco, Andrea Ferrero, Beatrice Mautino, “Sulla scena del mistero”, Milano, Alpha Test, 2010

Luciano De Crescenzo, “Tutti santi me compreso”, Milano, Mondadori, 2011

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