Ci manchi, Totò: il nostro omaggio al Principe della risata

Totò

di Rosanna Gaviglia e Francesco Pipitone

Antonio de Curtis, in arte Totò e conosciuto anche come “il Principe della risata”, nacque a Napoli il 15 Febbraio 1898. Cresciuto tra i vicoli del rione Sanità, aveva una forte personalità artistica già da bambino e tra il 1913 e il 1914 debutta sui primi palcoscenici di piccoli teatri come macchiettista e mimo con il nome di “Clerment”. Tuttavia ben presto, dopo il debutto al Teatro Ambra Jovinelli con le tre macchiette di Gustavo De Marco, e dopo essere stato scritturato dai proprietari del Teatro Sala Umberto, la sua gestualità e la sua grandissima capacità parodistica lo trasformano in una stella dello spettacolo.

“Il mio guardaroba era scarsissimo e così dovetti accontentarmi di quello che ero riuscito a trovare: una sciammeria o fracchesciasse, una specie di frack largo e lungo, un paio di pantaloni a zompafosso corti e ridicoli, che mettevano in mostra dei pacchiani calzini a righe colorati e la bombetta. Mi mancava la cravatta: presi un laccio da scarpe e me lo annodai al colletto della camicia. Fu un’idea geniale!”. Grazie a questo tipo di abbigliamento molti critici cinematografici hanno spesso accostato la figura di Totò a quella di Charlie Chaplin, a volte arrivando a definire il primo come “lo Charlot d’Italia ”: sebbene a primo impatto la similitudine sembri fondata, anche a causa della gestualità e della mimica che contraddistinguono il napoletano, in realtà tra le due figure vi è molta differenza. Chaplin era un genio del cinema muto, perciò la sua comicità doveva essere per forza di cose studiata e legata alla forma, portava in scena la lotta di classe mostrandosi vittima dei potenti che sbeffeggiava, regista virtuoso dalle inquadrature memorabili e commoventi ma pure, all’apice del successo, alquanto compiaciuto; Totò era invece una maschera a tutti gli effetti, la cui comicità aveva come bersaglio i vizi dei ricchi così come quelli dei poveri, che sapeva coniugare il cinema parlato con la tradizione della commedia dell’arte e dunque con l’espressività, la snodabilità, il ballo, le smorfie, la capacità di improvvisazione. Nessun copione era in grado di contenere la capacità creativa del Principe, tanto che sul set, non potendo comunicare direttamente con il suo pubblico, ebbe inizialmente qualche problema ed era la troupe a spronarlo dopo ogni stop con un applauso; non a caso i massimi risultati li raggiunse in quelli che possono essere definiti duetti con Peppino De Filippo, figlio di Eduardo Scarpetta e perciò nato e cresciuto a teatro, come i suoi fratelli Eduardo e Titina, e che era l’unico davvero capace a tenergli testa nell’impeto creativo.

Totò e Peppino

Quando Totò iniziò a farsi conoscere anche a livello nazionale, quegli abiti consumati e vecchi, grazie ai guadagni più floridi, si trasformarono a poco a poco in abiti più eleganti che vestivano un uomo dall’aspetto curato e sempre più amato dalle donne, con le quali ebbe numerose avventure che gli fecero ottenere il titolo di “sciupafemmene”. Ciononostante non ha mai dimenticato le sue povere origini, anzi, senza cercare pubblicità e riconoscimenti aiutava chi era stato più sfortunato di lui nella vita e, addirittura, di notte girava per i quartieri poveri di Napoli e faceva scivolare banconote sotto le porte dei bassi. Proprio alla miseria egli dava il merito del suo saper far ridere: “Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere, se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza… e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza esosa degli impresari. Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita”. Il Principe della risata non si piaceva neanche un po’, ma si voleva bene. Fisicamente brutto, con un viso asimmetrico, lungo e mezzo cieco, diceva di essere un personaggio antipatico; lui stesso ammetteva di essere afflitto dal complesso di inferiorità fisica, intellettuale e culturale e nonostante la sua clamorosa fama, avrebbe voluto studiare ed essere colto.

Chiudiamo questo omaggio a Totò, consci di essere ben lontani dall’essere riusciti a dipingere un ritratto completo di una figura così straordinaria e complessa, con la battuta finale che egli pronuncia in Miseria e nobilltà: “Torno nella miseria, però non mi lamento: mi basta di sapere, che il pubblico è contento”. Noi siamo contenti Principe, e ti ringraziamo.

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