Finire a tarallucci e vino: come nasce questa espressione?

Le discussioni sono qualcosa di naturale anche nelle migliori amicizie o in famiglia. Una parola fuori posto, un comportamento sbagliato può trasformare i rapporti. Fortunatamente, se c’è l’intelligenza di capire che è solo uno screzio momentaneo e l’affetto per perdonare, tutto si risolve e si finisce “a tarallucci e vino”.

Questa espressione, meglio di qualunque altra, riesce a definire la quiete che arriva dopo un litigio, quello stato in cui tutti vogliono dimenticare il malumore e ridono e scherzano per andare avanti. I tarallucci, o taralli, tipici della Campania e della Puglia, denotano che il detto abbia origine meridionale, ma ormai è diffusissimo in tutta Italia.

Il significato è semplice e trae origine dall’antica tradizione contadina. In genere, quando arrivavano ospiti, sia attesi che inaspettati, il padrone di casa organizzava quello che oggi definiremmo un aperitivo a base di prodotti semplici come i taralli ed un buon bicchiere di vino. Richiama quindi ad un momento di convivialità, di amicizia e di festa, dove non esistono problemi o divergenze.

Il detto si è evoluto, soprattutto in ambito giornalistico, assumendo anche un significato negativo. Riguardo ad accordi politici o gravi crisi dire che la cosa è finita a tarallucci e vino significa che è avvenuto un accordo sottobanco, un insabbiamento, un compromesso egoistico, una compravendita di voti. Insomma, da gioviale riconciliazione l’espressione finisce per rappresentare il “magna magna” che corrompe la democrazia e genera sfiducia nelle istituzioni.

Fonte: xtraWine

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