Una passeggiata nel Ventre di Napoli con Matilde Serao

il romanzo di Matilde Serao

Napoli è, senza dubbio, una delle città europee e italiane alla quale sono stati dedicati più romanzi dalla fine del XIX secolo. Ciò è da ascriversi al fatto che l’antica Partenope, per la sua storia, per il suo essere pittoresco e per il carattere della sua gente, ha sempre destato curiosità nei viaggiatori, negli scrittori e nei cronisti, anche non napoletani. Un interesse commisto a curiosità che Antonio Ghirelli motiva con queste parole: “Un’occhiata alla storia della città vesuviana trasmetterebbe le emozioni di un canto di Omero, di un dramma di Shakespeare o di un romanzo di Tolstoj, perché non c’è esperienza di civiltà dominanti che essa non abbia vissuto nei quasi tremila anni della sua esistenza […]”. Ebbene, tra le tante opere ambientate nel capoluogo campano, sempre in bilico tra sogno e realtà, tra buio e luce, è certamente da considerare Il Ventre di Napoli di Matilde Serao, scrittrice e giornalista inseparabile dalla città campana. Difatti, Matilde Serao è Napoli, e in molti è ancora oggi viva l’immagine della città così come da lei descritta e narrata.

La sua attività di scrittrice e giornalista attira su di sé, tra i tanti, l’attenzione di un lettore come Benedetto Croce, che di lei scrive: “ Tutto ciò che la Serao aveva notato intorno alla vita e al carattere della plebe napoletana, […] venne fuori nel 1884, nell’occasione del terribile colera che infierì nella città e dopo la visita di re Umberto alle luride strade e case dove abitava la plebe, quando il ministro Depretis, che aveva accompagnato il re e per la prima volta fatta conoscenza di quell’orrido cumulo di miseria, uscì nelle parole, diventate per qualche tempo celebri: “Bisogna sventrare Napoli”. E la Serao scrisse una serie di articoli col titolo Il Ventre di Napoli: pagine tirate d’un fiato, descrizioni rapide, aneddoti narrati con semplicità […]”.

Nato come inchiesta giornalistica a seguito dell’epidemia di colera nel 1884 e pubblicato sul romano Capitan Fracassa oltre che a Milano da Treves, Il Ventre di Napoli della Serao è molto più di una semplice inchiesta.  Con il suo romanzo la scrittrice si immerge tanto negli splendori quanto nelle miserie di una città amatissima, là dove lo scempio non può che generare pietà e rabbia. Mossa dall’ indignazione, quella stessa che vena la sua sontuosa penna, la Serao dà inizio al suo lavoro lanciando al governo un appello che, lontano da qualsivoglia tipologia di retorica, rivela lo status di emergenza proprio della Napoli del tempo.

E’ una denuncia malinconica, ma non senza finalità costruttive e propositive. Infatti, al governo che, imbattutosi nel vicoli stretti e bui, dietro le vie principali, si limita ad esclamare “Bisogna sventrare Napoli”, risponde: “Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? […] Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la coscienza e la salute a quella povera gente, per insegnare loro come si vive […] – per dire loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla”. Esplicitato così il suo messaggio- denuncia, nonché il bisogno di iniziative concrete e realistiche, la Serao, alla stregua di un moderno Virgilio, conduce il lettore in uno scenario urbano che regala una precisa descrizione non soltanto delle problematiche della città vesuviana, ma anche delle tradizioni e delle usanze del tempo.

Tra le negatività, emerge il gioco del lotto, piaga sociale paradossalmente interpretata dai napoletani quale dolcissima speranza di redenzione. Il gioco del lotto, benché fonte di ulteriori affanni, va inteso come via di fuga dalle brutture di una realtà che Napoli cerca di migliorare mediante la forza, reale o solamente pensata, dei numeri. Il lotto è un sogno che, come narra la Serao, consola la fantasia dei partenopei oppressi, la cui miseria, dal loro punto di vista, non consiste nel non pranzare, ma nel “Nun m’aggio potuto jucà manco nu viglietto. Al di là del lotto, che riesce a distogliere momentaneamente le menti dal buio della città, esiste un male peggiore: l’usura, definita dall’autrice il vero cancro, di cui muore Napoli e personificata da Donna Carmela che dà il denaro cu ‘a credenza e da Donna Raffaella che dà la robba cu ‘a credenza.

Ritratto Matilde Serao

Attraverso queste novelle, dalle quali emerge l’anima calda e antica della città, si perviene alla seconda parte de Il Ventre di Napoli, scritta dalla Serao vent’anni dopo il colera, nel 1904, e avente come titolo “Adesso”. Lo stile appare ora più controllato e manca della veemenza tipica della prima parte. Difatti, ella è intenta a verificare l’attuazione dei cambiamenti promessi dal progetto di Risanamento che si rivela, però, fallimentare.

Quest’ultimo, del resto, non porta un reale ed effettivo miglioramento della città, limitandosi soltanto a dare una facciata di pulizia oltre la quale continuano a esistere le vecchie e fatiscenti case di un tempo, così come i fetidi bassi e i vicoli bui. Tutto ciò è semplicemente e sapientemente nascosto grazie a un architettonico paravento, fatto di palazzi sontuosi e moderni. I problemi, o meglio, Napoli rimane uguale alla sé di venti anni prima. Il Risanamento, allora, crea aspettative che, palesatesi poi illusioni, nulla valgono al suo popolo. Né a risollevare il suo stato, né a migliorare la sua qualità di vita: dove c’era degrado, il degrado rimane. Innanzi a tale condizione di immutabilità, la Serao si fa più spietata e derisoria:

Tutto ciò che era il vero Risanamento, perché, perché non è stato risanato, […] Tutta una parte di popolo per cui si volle il Risanamento edilizio e igienico, che questa parte di popolo a cui si destinarono cento milioni, muoia di tutte le infezioni, dopo averne vissuto, alle spalle di tutti i nuovi palazzi: questo è che fa sollevare di dolore e di rimpianto il nostro cuore e ci fa sembrare una beffarda ironia la maestà esteriore dei nuovi edifici, dietro i quali vi sono il putridume e la cancrena”. Dunque, il popolo napoletano, del quale la Serao si fa appassionata paladina, resta nei bassi dei vecchi quartieri, abietti e senza la possibilità di redimersi. A termine della seconda parte del romanzo, la scrittrice chiede che per il popolo Napoletano finisca l’oblio e l’abbandono; che, applicandosi la legge umana e sociale, Napoli sia trattata come tutte quante le altre città, e cioè dando ai napoletani ciò che possa renderli esseri viventi e, ancor di più, cittadini di una grande metropoli. In tal modo, l’autrice conclude la sua implacabile accusa, scritta con l’impeto dell’indignazione e della delusione, esasperata dalla convinzione che si tratti di un’aspirazione disperata, per la quale occorre profondere tutte le stille del proprio sangue e del proprio amore.

Qualche mese più tardi, nell’autunno del 1904, ella scrive la terza ed ultima parte del romanzo, L’anima di Napoli, in cui sembra essere solo attenta a che nulla ostacoli il risanamento morale e materiale della sua città, alla quale dà ancora una volta la voce: “Ecco, io ho bisogno di risorgere. Io non solo debbo vivere, ma debbo svolgere tutte le mie forze sociali ed individuali: ognuno dei miei cittadini […] deve avere lavoro, salute, protezione, educazione, e tutti o cittadini, e, io, Napoli, debbo prendere il mio posto bello, nobile, forte, nella vita operosa ed efficace moderna. Insomma, Il Ventre di Napoli è una sincera e fedele fotografia della Napoli di fine Ottocento, una città che, oggi come allora, continua a fare sforzi per godere di una giusta considerazione che faccia da scudo ai suoi detrattori, ogni giorno sempre più numerosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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