Strade, chiese e cortei: alla scoperta dell’antico legame tra San Gennaro e Antignano

Esiste un profondo legame tra l’antico borgo di Antignano e San Gennaro. Lo testimoniano i toponimi di alcune strade (come via San Gennaro ad Antignano e via San Gennaro al Vomero), la presenza di due chiese intitolate al santo (San Gennariello e la Basilica di San Gennaro) e una lapide dedicata al martire. In questo articolo cercheremo di ricostruire le tappe storiche che, nel corso dei secoli, hanno consolidato tale legame.

Com’è noto, subito dopo la decapitazione presso la Solfatara di Pozzuoli, il corpo di San Gennaro fu trafugato e sepolto in una località nota come Agro Marciano, nell’area oggi compresa tra lo Stadio San Paolo e via Terracina. La tradizione ci dice che Eusebia, la nutrice del Santo, raccolse il sangue del martire in due ampolle custodendole nella propria casa ad Antignano.

Il corpo rimase segretamente collocato nell’Agro Marciano fino al IV secolo quando, in seguito all’editto di Costantino, i cristiani poterono uscire dallo stato di clandestinità e venerare le reliquie del martire. Fu così che i fedeli le trasportarono a Capodimonte per seppellirle nelle celebri catacombe che oggi, non a caso, sono note come le Catacombe di San Gennaro.

Lo spostamento del corpo fu celebrato con una processione ufficiale al quale partecipò anche il vescovo Severo. Secondo la tradizione, il corteo raggiunse Capodimonte passando per Antignano. Fu proprio qui che l’anziana Eusebia avvicinò le ampolle al corpo del martire, a contatto del quale il sangue in esse conservato si sciolse. Nelle sue Delle notizie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli, Carlo Celano così descrive il miracolo:

«Nell’incontrarsi col sangue, che era impetrito, si liquefece, in modo che parve all’ora all’ora uscito dal corpo del Santo. Per convalidare poi il miracolo, tolsero dall’aspetto del corpo il detto sangue, e di fatto s’indurì come prima; l’esposero di nuovo, e di nuovo si liquefece: non avendo più da dubitare, fu, con allegrezza grande, portato nella città, e collocato, con somma venerazione, nella Cattedrale, dove, poi da quel tempo, ha continuato lo stesso miracolo, ogni volta che dal sacro capo viene mirato».

E’ singolare notare che il primo prodigio del santo si sia verificato proprio sulla collina del Vomero, considerando che gli antichi romani chiamarono quest’area Paturcium – da Patulcius – derivante dal nome del dio Janus (Giano), al quale il colle era dedicato. E’ curioso, perché dalla radice Janus ha origine anche il nome Januarius, ovvero Gennaro, ciò a sottolineare l’importanza della collina vomerese nella vita sacra della città, sia per i pagani che per i successivi cristiani.

Le fonti storiche attestano che nel luogo del miracolo fu collocato un piccolo altare che nella prima domenica di maggio era meta di importanti processioni. Note come le processioni degli Inghirlandati, erano così chiamate perché i fedeli, per proteggersi dal caldo, erano soliti coprirsi il capo con fiori e ghirlande. Anche di tali processioni ci parla il Celano:

«I preti, o per mitigare il calore, o per l’allegrezza, coglievano da prati e dalle siepi quantità di fiori, e, formatene odorose ghirlande, se ne coronavano il capo: ed essendo, per questa azione, la processione comparsa più allegra, si continuò a fare lo stesso, per molti anni, nella processione, che, in ogni anno, si stabilì per commemorazione d’un sì gran miracolo».

Alla luce di ciò è possibile rilevare due punti fondamentali della storia di Napoli: non solo Antignano fu il luogo in cui si verificò il primo miracolo di San Gennaro, ma fu anche la meta delle prime processioni in onore del miracolo della liquefazione. Con il passare dei secoli il corteo si trasferirà al centro storico, all’inizio con delle processioni presso le sedi degli antichi Sedili e, in seguito alla loro soppressione, con un corteo che dal Duomo termina a Santa Chiara.

E’ possibile indicare il luogo esatto in cui si verificò il primo miracolo di San Gennaro ad Antignano? Le fonti ci indicano due aree distinte che oggi ospitano, non a caso, altrettanti luoghi di culto dedicati al Santo: la chiesa di San Gennariello e la Basilica di San Gennaro ad Antignano.

La chiesa di San Gennariello in via Filippo Cifariello, nota anche come la Piccola Pompei per via di una tela della Madonna del Rosario custodita al suo interno, è una delle chiese più antiche del Vomero, per alcuni storici la più antica. Secondo la tradizione qui si verificò il miracolo, in ricordo del quale fu edificata la chiesa. Un’importante indicazione in tal senso è offerta dal carmelitano Girolamo Maria di Sant’Anna che nella sua Istoria della vita di San Gennaro, scrive:

«Nella Villa del Vomero, ritrovasi una Chiesetta dedicata a S. Gennaro, oggi detta S. Gennarello al Vomero; è antichissima e comune tradizione approvata da nostri Scrittori, che fu edificata da Napoletani coll’occasione, che in detto luogo si osservò la prima volta il miracolo della liquefazzione del Sangue del Santo».

Inoltre, la chiesa offre anche un’importante traccia archeologica che potrebbe avere qualche legame con San Gennaro. Sulla sua facciata è possibile osservare una pietra d’epoca romana facente parte, con molta probabilità, di un antico tempio che l’attuale chiesa sembrerebbe aver inglobato. Tale reperto, oltre ad offrire una preziosa testimonianza dell’antichità di Antignano, ne certificherebbe anche l’esistenza nel periodo in cui il corpo del martire fu trasportato a Capodimonte.

Chiesa di San Gennariello – particolare del reperto d’epoca romana

Non tutta la storiografia concorda con l’identificazione della chiesa di San Gennariello con il luogo del miracolo. Basti pensare che la celebre Guida Sacra della città di Napoli (1873) di Gennaro Aspreno Galante, che offre la descrizione dei principali luoghi di culto partenopei, non fa nessun riferimento alla chiesa di San Gennariello.

Una seconda tradizione, ben più affermata della prima, identifica il luogo della liquefazione con l’attuale Basilica di San Gennaro ad Antignano. In quest’area, infatti, i fedeli edificarono il piccolo altare meta delle processioni degli Inghirlandati. Stando ad alcune fonti, l’altarino sembrerebbe essere stato demolito nel corso dell’VIII secolo, quando i proprietari del terreno nel quale era collocato decisero di edificare una cappella dedicata al santo. Con il passere degli anni la chiesetta prese il nome di Cappella Vecchiano, dal nome dell’ultima famiglia che ne fu proprietaria.

Nell’ottocento la cappella fu acquistata da Ferdinando II con l’intenzione di convertirla in una grande basilica. Il re aveva un’idea ben precisa: dedicare al santo un edificio dallo stile neoclassico, su modello di San Francesco di Paola. La progettazione fu affidata a Francesco Cappelli e Giuliano Taglialatela, ma il crollo della monarchia borbonica ne arrestò la costruzione. Della basilica venne edificata solo una piccolissima parte, sulla quale verrà successivamente costruito un palazzo (quello di fronte l’attuale Basilica di San Gennaro ad Antignano).

Dopo l’unità di Italia, la Cappella Vecchiano che i progetti di Ferdinando II non fecero in tempo a demolire, fu abbattuta dal Consiglio Edilizio Comunale, nonostante un decreto di Vittorio Emanuele II l’avesse proclamata Monumento Nazionale. Tale evento suscitò non poca indignazione presso gli abitanti del luogo, che ben presto diedero vita ad un vero e proprio movimento capeggiato dal sacerdote Gennaro Sperindeo, al fine di costruire una nuova chiesa dedicata al martire. Nacque così la Basilica di San Gennaro ad Antignano.

I lavori di costruzione iniziarono nel dicembre del 1904 e furono possibili grazie ai finanziamenti – o meglio ancora, delle vere e proprie “collette” – che Sperindeo acquisì dai cittadini locali, potendo contare sullo strettissimo legame tra Antignano e San Gennaro.

Basilica di San Gennaro ad Antignano

La chiesa fu costruita in un’area leggermente più a sud rispetto all’antica Cappella Vecchiano. Appunto per questo, nel 1941, fu posta una lapide in ricordo del luogo in cui, secondo la tradizione, si verificò il miracolo della liquefazione. Su di essa sono incise le seguenti parole:

«Questa immagine che attraverso i secoli ricordò il primo meraviglioso portento della liquefazione del sangue di S. Gennaro qui avvenuta, la delegazione pontificia ricollocò. L’anno del Signore 1941».

Lapide di San Gennaro

Bibliografia
– Celano C, Delle notizie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli (1856), Rogiosi, Napoli.
– Galante G. A., Guida Sacra della città di Napoli (1872), Napoli.
– Giustiniani L., Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli (1816), Napoli.
– La Gala A., L’antico borgo di Antignano (2019), Rogiosi, Napoli,
–, Il Vomero e l’Arenella (2004), Guida, Napoli.
– Nobile G., Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in 30 giornate (1857), Napoli.
– Sant’Anna G. M, Istoria della vita, virtù e miracoli di S. Gennaro (1733), Napoli.

Sitografia
Sito del Museo del Tesoro di San Gennaro.

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