Lutto e cerimoniale borbonico: dai cordogli festosi agli spettacoli di luminarie


Nei primi anni del regno di Carlo di Borbone non si verificarono eventi luttuosi di rilievo fino alla morte prematura delle prime due figlie: Maria Giuseppa Antonia e Maria Elisabetta Antonia, entrambe morte nell’anno 1742. Il cerimoniale borbonico mette in luce delle novità nel cerimoniale reale napoletano, dando importanza alla celebrazione della casata reale, incoraggiando i sudditi a partecipare alle festose manifestazioni di cordoglio.

Il cerimoniale borbonico: dove celebrare il funerale e seppellire il corpo

Il compito di organizzare la celebrazione spettava al maestro di cerimonie, o “usciere maggiore”, in collaborazione con il cappellano maggiore del Regno per quanto concerneva gli aspetti religiosi della funzione. Il primo problema da risolvere riguardava la scelta di una chiesa dove celebrare il funerale e un luogo dove seppellire il corpo.

Nell’ultimo periodo di autonomia del Regno, quello aragonese, il sito privilegiato era la chiesa del convento di S. Domenico Maggiore. Tuttavia, a partire dagli anni Quaranta del Seicento, la forte contrapposizione tra il governo e l’arcivescovo Ascanio Filomarino aveva comportato lo spostamento delle cerimonie reali presso la chiesa del convento di S. Chiara.

Dunque, privilegiare questo sito per il cerimoniale borbonico significava ribadire un’autonomia rituale non solo rispetto alla curia napoletana, ma anche rispetto a quella romana, che ribadiva continuamente i suoi diritti feudali sul Regno anche negli aspetti rituali.

La chiesa del convento di Santa chiara: sede del cerimoniale

Per il nuovo sovrano la scelta di S. Chiara si prestava anche a un utile scopo propagandistico. La chiesa, infatti, ospitava i sepolcri della dinastia angioina, che era tradizionalmente considerata la fondatrice del Regno. Dunque, in questo modo i Borbone si proponevano  come fautori e difensori della ritrovata autonomia del paese.

L’insieme di questi fattori portò Carlo a stabilire la sepoltura della famiglia reale nella chiesa conventuale, all’interno di una cappella posta di fronte a quella «in cornu Evangelij», dunque sul lato sinistro dell’altare maggiore.

Maria Giuseppa: la sepoltura e il cerimoniale

La piccola Maria Giuseppa fu la prima ad essere seppellita nel nuovo sepolcro. La secondogenita di Carlo di Borbone morì il 3 aprile 1742, poco più di due mesi dopo la nascita. Il corpicino venne «vestito alla reale» fino al tramonto, vegliato dalla madre e circondato da lumi accesi.

Il treno funebre di carrozze si mosse a passo d’uomo dal cortile del palazzo vecchio fino a quello della chiesa di S. Chiara e venne scortato da oltre 130 uomini armati a cavallo, dall’uditore generale dell’esercito, dai capitani di giustizia e dai loro scrivani. La carrozza era altresì preceduta da 24 staffieri con torce accese, che a loro volta contribuivano all’incredibile spettacolo di luminarie delle esequie:

“Dalla porta di Palazzo vecchio, da dove uscì il real cadavere, per tutta la strada e per fino la chiesa di Santa Chiara, per dove passar dovea il real cadavere, vi stava in due fila la truppa d’infanteria, sì per far onore all’intierro come per lasciar libero il passo al treno delle carrozze e comitiva, senza impedire al popolo di vedere la funzione, con ordine che le carrozze de’ particolari non li fusse permesso star dentro detta fila”.

L’importanza del popolo nelle cerimonie funebri

Il corteo non era un momento privato, ma costituiva la fase di maggiore pubblicità delle cerimonie funebri in antico regime, e questo non solo per i ceti privilegiati. Il popolo giocava un ruolo fondamentale: non gli si doveva impedire di assistere alla cerimonia.

D’altra parte, emergeva la volontà del governo di escludere qualsiasi membro ecclesiastico che non fosse riconducibile alla casa reale. Oltre ai membri di quest’ultima e alla popolazione, infatti, dovevano essere presenti soltanto i militari, in quanto garanti dell’ordine pubblico.

La procedura adottata per Maria Giuseppa costituì il modello di riferimento per tutte le esequie successive. Le poche modifiche apportate mirarono soltanto a rafforzare la spettacolarizzazione del rito e il contatto tra la famiglia reale e il popolo.

Alla morte della terzogenita Maria Elisabetta Anna, avvenuta il 5 marzo 1749 a quasi sei anni di età in seguito al vaiolo, il cadavere «fu esposto in una dell’anticamere del quarto della Regina sopra majestoso letto riccamente addobbato, ove numeroso popolo vi fu a vederla nel giorno seguente».

La politica del lutto: incoraggiare le manifestazioni di cordoglio

La politica del lutto intrapresa dalla corte borbonica tendeva dunque a incoraggiare piuttosto che a contenere le manifestazioni del cordoglio. Il lutto venne autorizzato «solamente per le Persone Reali», e per chi avesse lasciato una «eredità, volendo Noi, che a i successori, ed eredi sia permesso il lutto, come ai figli rispetto a i Padri».

Dunque, i sudditi venivano incoraggiati a partecipare attivamente al dolore per la scomparsa di un membro della famiglia reale, ma secondo i tempi e i modi dettati dalla corte. Per quanto concerne l’abbigliamento, la norma imponeva di vestirsi con “la rattina, o col crespone”.

In conclusione, il principale elemento di novità a Napoli nel cerimoniale borbonico era soprattutto la presenza fisica del sovrano e della sua famiglia. Il contatto con il corpo della monarchia, sia esso vivo o morto, accentuava il fattore emotivo tipicamente collegato alle cerimonie funebri.

Dunque il cerimoniale era molto diverso rispetto al passato vicereale, quando le celebrazioni riguardavano personaggi mai visti o sentiti dalla popolazione. Le innovazioni apportate da Carlo furono conservate ed estese da Ferdinando IV, il quale, quando doveva organizzare la cerimonia per la morte del padre, si limitò a ripetere le celebrazioni già organizzate tempo fa, in onore di suo nonno.

Fonti:

Corte e cerimoniale di Carlo di Borbone a Napoli, a cura di Anna Maria Rao. Napoli, Federico II University Press. FedOAPress, 2020.


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