Il mese di maggio a Sarno e nei paesi vicini ha l’amaro sapore del ricordo della frana del 1998.
L’alluvione del ’98: la pioggia, la frana, il senso di colpa
L’alluvione del 5 maggio 1998 cambiò per sempre il volto di Sarno e dei suoi abitanti. Ci furono di quelli che invecchiarono improvvisamente, capelli bianchi per lo sgomento e solchi scavati dagli occhi alla bocca, quasi a disegnarne una nuova geografia; altri, già vecchi, piansero increduli la morte di nipoti di pochi anni.

Nei giorni seguenti i numeri apparvero anomali, troppo grandi per una comunità dalle dimensioni discrete: oltre 200 millimetri di pioggia in 72 ore, più 140 frane, l’ultima delle quali si abbatte sul paese ad una velocità di 50/60 chilometri orari, circa 2 milioni di metri cubi tra fango e detriti, 137 i morti. Io c’ero ma tra quelli che la sorte ha salvato e che per anni, come spesso accade ai salvati, ha masticato il sapore amaro del senso di colpa verso i sommersi.
Sarno, il giorno che cambiò tutto
Era martedì, rientravo da Napoli dopo l’esame di Greco, avevo preso 30, avevo voglia di festeggiare e avevo 22 anni. Mio padre apparteneva a quella generazione di genitori che i figli li baciano nel sonno, sapevo che, anche quella volta, non sarebbe andato oltre le laconiche parole “Hai fatto metà del tuo dovere”, ma mi sbagliavo, non ebbe nemmeno quelle; nessuno trovò parole per quanto stava accadendo.

Fu tutto stravolto, quel giorno. Ne fu stravolta persino la logica nei legamenti di parole che mal si combinavano tra loro perché, nel pomeriggio, cominciarono a rimbalzare sulle bocche espressioni come “lava fredda” ed esclamazioni incomprensibili… “è caruta ‘a muntagna!”.
La storia di Alfredo
Alfredo De Filippo aveva 51 anni, era l’ultimo fratello di mio padre. Testone e incosciente, superò la barriera di quanti avevano cercato di fermarlo e risalì verso casa, ad Episcopio, per sincerarsi se fossero tutti davvero in salvo.
Poco prima della mezzanotte mia madre riuscì a parlarci… “Alfredo, vieni via!”. “Stai tranquilla, qui è tutto a posto”. Del resto, che fosse ‘tutto a posto’ lo aveva detto il Sindaco, girando per il paese e rassicurandoci dal megafono: bisognava starsene buoni buoni a casa.
“Alfredo, sta succedendo qualcosa di grosso, scendi!”. “Piove solo più del solito, mi sto slacciando le scarpe, domani sarà tutto fin…”. La conversazione si interruppe a un quarto alla mezzanotte, quando anche l’ultimo costone della montagna rotolò giù. Nelle bare pezzi di quello zio cocciuto. La testa non fu mai ritrovata.
L’alba del 6 maggio
La notte trascorse lenta, in sottofondo pioggia, pianti e congetture. Le luci dell’alba furono impietose.
Fu tutto chiaro allora, almeno agli occhi, perché per capire ci sarebbero voluti giorni e mesi e per elaborare tutta la vita davanti.
Chissà perché si ricordano sempre soltanto le date di inizio e fine di guerre e tragedie e nessuno mai si sofferma sul mentre…

Del giorno dopo, di quel 6 maggio, io ricordo tutto.
Ricordo la linea di fango sui muri ad altezza di naso, l’odore di carogne di animali, l’arancione delle divise dei soccorritori, i loghi delle TV straniere.
Ricordo le mani grandi di mio padre al cielo e sulla faccia, lo smarrimento di mia madre ed io che divento grande.
Il peso della memoria
Quante volte, negli anni ribelli dell’adolescenza, si disprezza il luogo natìo e si sogna di fuggirne, e quante volte lo avevo fatto io: desiderare di andare via da Sarno. E, invece, era stato il paese ad andare via da me, giacché neanche più ne riconoscevo le strade.
Quante volte avevo desiderato nascere altrove, in una capitale europea, per esempio, o in una città di cui si dicesse in televisione…
La tragedia di Sarno rimbalzò di trasmissione in trasmissione, di approfondimento in approfondimento per settimane, capitale di morte a primavera.
Poi l’attenzione cala, gli errori si ripetono nella discrezione del buio, i riflettori si riaccendono solo per gli anniversari. Sono trascorsi 28 anni, tra due “celebreremo” il terzo decennio e le parole avranno vesti più solenni di queste mie.
