Intervista a Dario Sansone dei Foja: “Il nostro pezzo ‘sarrista’ è una canzone di rivalsa”

Il nome del suo gruppo ricorda quella parola, quella assonanza con foga “Foja”, ed è proprio quell’impeto che contraddistingue non soltanto la storia musicale della formazione partenopea, formata da Dario Sansone, per l’appunto, voce e chitarra oltre a Ennio Frongillo (chitarra elettrica) , Giulio Falcone (basso elettrico), Giovanni Schiattarella (batteria) e Luigi Scialdone (chiatarre, ukulele, batteria), ma anche la storia personale del suo frontman.

Ospiti sempre dell’accogliente casa della “Full Heads”, nella chiacchierata con Dario vengono fuori, oltre le innate doti per le note, una compagine, la sua, capace di spaziare dal folk al rock, passando per la melodica partenopea alle influenze esotiche ed etniche, ma anche a doti artistiche polivalenti.

Doti che l’hanno visto in origine un grafico, passione per l’arte visiva che ha portato poi alla collaborazione registica insieme con Alessandro Rak, Ivan Cappiello e Marino Guarnieri per il film “La gatta cenerentola”, successo animato di matrice partenopea della rivisitazione della Cenerentola di Basile capace di mietere consensi al festival del cinema di Venezia, entrare nella pre selezione per gli Oscar Hollywoodiani e conquistare numerose candidature ai prossimi David di Donatello (che aspettiamo quindi con ansia il prossimo 21 Marzo in diretta su Rai Uno).

Dario ci parli della genesi che c’è dietro la nascita dell’idea del film, da sempre vi accompagna anche un aspetto visivo dei vostri progetti parallelo alla musica.

-“Quello è un po’ causa del mio bipolarismo, io da sempre lavoro anche nell’ambito del visivo, del disegno, dell’illustrazione. Nasco come disegnatore di fumetti, quindi queste due “anime” della mia vita hanno camminato di pari passo assieme trasformandosi in lavoro, sempre più presente della mia vita. Avevo già collaborato come storyboard, regia e parte musicale per “L’arte della felicità”, sempre di Alessandro Rak e la produzione ci ha invitato a questo “quadrumvirato” registico per Gatta Cenerentola, l’idea di ri-raccontare questa favola è proprio della produzione, dandogli poi noi una chiave moderna nonostante una collocazione temporale non ben precisa. Era arrivato il momento di raccontare di nuovo questa favola del 1563 di Giambattista Basile, ricordiamo scritta in lingua napoletana, nella primissima versione occidentale di questa storia. Abbiamo conservato la crudezza di quel racconto de “Lu cunto de li cunti”, raccontata con gli occhi di oggi, come succede con i Foja, richiamo alle radici ma rapportate alla contemporaneità, anche il filone narrativo del film è così.”

Come mi è capitato di sentirti dire in passate interviste, quindi è come riportare Cenerentola a casa?

-“Esatto. Non tutti può darsi sapevano che avevamo questo piccolo merito grazie a Basile, ed è bello che le nuove generazioni sappiano, anche magari grazie a questo film. Ritornando piuttosto a vedere poi l’opera di De Simone, tutte le favole si trasformano nel tempo tramite i suoi narratori, mantenendo l’archetipo della storia, stravolgendo un po’come noi abbiamo fatto”.

Come invece si sviluppa l’idea grafica del film? Da una parte si osservano aspetti pittorici quasi “acquerellabili”, dall’altra parte invece qualcosa di tridimensionale e futuristico. Come si origina il progetto dietro questo connubio?

-“Noi abbiamo nella nostra passione visiva quella per disegno manuale, infatti le scenografie sono dipinte in digitale, anche la ricerca del 3D non è così pura, abbiamo cercato di filtrare, trovare un sistema nostro, per renderlo più analogico possibile. Anche le tecnologie del film sono un misto tra analogico e digitale, una sorta di retro futuro, tipo “steampunk” che però definisce una sorta di epoca vittoriana a differenza nostra. In un lavoro così grande, ognuno ha messo la propria esperienza visiva, sembra un po’ anime giapponese ma ha tagli anche fumettistici, però molto cinematografico in termini di scene e per le sue immagini a differenza de “L’arte della felicità”.

Definirei quindi “L’arte della felicità” un po’ una ballata, questo è più punk, usando un paragone musicale.

Esatto, più rock and roll (ridendo, ndr).”

Curiosità, leggendo un articolo in merito di Goffredo Fofi, definisce la vostra opera di animazione politica, questa tecnologia animata si presta molto alla critica sociale, se invece il film fosse stato pensato in maniera attoriale, sarebbe stato possibile?

-”Non saprei davvero, questo è il nostro codice, il nostro linguaggio. Per come ragiono, se sotto c’è un esigenza di messaggio e di verità, qualsiasi chiave è quella possibile, anche con i fogli di carta che si muovono. E’ tutta una questione di concetti e valori, piuttosto che la resa finale, quello è propedeutico, se tu sai a cosa vuoi arrivare trovi il modo per arrivarci e sarà anche quello qualitativamente giusto, fortunatamente il cinema di oggi è illimitato grazie a tecnologie che offrono tante opportunità. Vale un po’ lo stesso discorso per le canzoni e i loro arrangiamenti, si cammina al di là del percorso per incanalare il messaggio.”

Quali sono state invece le vostre reazioni alla notizia che il film è stato addirittura in pre list per gli Oscar o l’esperienza a Venezia, le candidature ai David e i vari riconoscimenti?

-”Sono molto felice delle cose che mi accadono, ma sono felice attraverso la felicità degli altri. Quest’opera è costata tre anni di “sangue” e quindi è come se un po’ già appartenesse al passato, già siamo proiettati oltre, la nostra gioia è nel vedere un pubblico appassionato e felice nel sapere quello che ci accade, al di là della vittoria, sarebbe importante un riconoscimento per un genere, quello di animazione, che davvero in questo paese è una Cenerentola, la prima volta ai David un film del genere è candidato come miglior film, questi sono i traguardi che ti fanno ben sperare per un seguito, sia per te che per chi vuole proseguire su questo percorso.

Rapportandoci alle candidature dei David, si riscopre una nuova linfa legata alla filmografia partenopea ( Ammore e malavita, Napoli Velata) rispetto alla Napoli cruda, brutale e documentaristica alla Gomorra, cosa ne pensate?

-” L’approccio narrativo è infatti diverso, però purtroppo molto di queste produzioni non nascono a Napoli, questo è un lato importante, bisogna lottare giorno per giorno per questo aspetto produttivo. Fortunatamente si sviluppa un lato più poetico legato a Napoli, lontano dal crime e dal clamore, ed è importante che questo torni in àuge, e nonostante nel nostro film c’è del crime e perchè questa città è fatta comunque di luci e ombre, raccontarla nella sua interezza non ti fa fuggire dalla sua dark side.”

Passando al lato musicale la prima collaborazione che mi incuriosiva era per il pezzo “Se po’ sbaglià” legato al documentario “Una montagna di balle” ( film legato all’emergenza rifiuti in Campania degli scorsi anni) come ti rapporti rispetto al film e al tema sociale tornato d’attualità rispetto alle ultime vicende?

-” Il film è stato addirittura montato a casa mia, io e Alessandro Rak quasi convivevamo nella Pignasecca avendo una casa studio, lavorando alla pellicola con un mio collaboratore che è Simone Veneroso, conosco benissimo tutto l’iter, al di là del valore cinematografico, che spingeva a raccontare quel momento che purtroppo non è finito, a quanto pare ancora oggi ci sono mazzette che girano e l’emergenza è stata solo sotterrata come i rifiuti ma il percolato viene ancora fuori. Tra l’altro nel nostro ultimo album c’è una canzone “Aria ‘e mare” che racconta un po’ queste cose, facendolo in maniera non esplicita, apparentemente celata. Le ferite inflitte alla terra, sono ferite ad una madre, questo purtroppo non si capisce e la musica si, può veicolare il messaggio ma bisognerebbe fare qualcosa di più concreto, con la scesa in campo delle istituzioni. Occorrerebbe un processo di ri educazione, alcune cose sono sedimentate nella nostra cultura, un processo lento di ri educazione civica per tutto il paese.”

Altra collaborazione, la canzone è “Da sule nun se vence maje” con Alessandro Siani, come mai questa strana collaborazione?

-”Una scrittura nata quasi per caso, tramite il nostro manager, lui ci ha fatto conoscere ed è venuta fuori una scrittura a quattro mani. Alessandro si è approcciato sapendo che non avremmo fatto quello che si aspettava in chiave pop, abbiamo dato una direzione al pezzo secondo il nostro sound e modo di scrivere di un testo che aveva scritto lui, un vero scambio con umiltà. Esperienza divertente”.

Ritornando invece alle esperienze cinematografiche, come è stata l’esperienza per il film “La parrucchiera” di Stefano Incerti.

“-Dura esperienza (scherzando) circa undici ore sul set per quella parte, tra l’altro in notturna, ad Amalfi a dormire, e il giorno dopo suonavamo. Il cinema è qualcosa di faticoso, sacrifici e tempistiche, il regista tra l’altro ci cazziava (ridendo) perchè siamo irrequieti, noi abbiamo sempre un approccio a 360 gradi non solo sul cinema, ma sulla veicolazione del messaggio vero e proprio, non ci limitiamo alla musica, ci sentiamo presenti all’interno della comunità.

Rispetto invece all’ultimo disco “O treno che va” ero curioso di sapere come nascevano alcune delle collaborazioni, ho letto di Ghigo Renzulli dei Litfiba, Bennato e Daniele Sepe, tra gli altri.

Con Daniele Sepe è stato quasi naturale, negli ultimi tre anni ci siamo visti spessissimo. Con Ghigo invece, conosciuto ad un concerto dei Litfiba, abbiamo avuto modo di lasciargli il disco, volevamo il suo suono per un pezzo. Questo disco è un po’ figlio del primo nostro lavoro, con un’anima un po’ più rock , ma anche del secondo seppur un po’ più folk. C’erano alcune cose che desideravo, come ad esempio il suono dell’armonica Bennato per un altro pezzo, si collega l’idea di una città che musicalmente ha varie influenze, si va dal Messico a Chicago, un vero melting pot. E’ il napoletano come lingua si presta tantissimo, tra l’altro stiamo preparando una sorta di ristampa del disco, è un lavoro lungo, con collaborazioni che ci permettono di miscelare varie lingue dal mondo alle nostre canzoni, sembra tutto molto fluido, quando le radici sono forti portano frutti.

Legato invece al concetto di distribuzione del disco, vi approcciate adesso con questo richiamo, coraggioso e nostalgico, in una versione in vinile del vostro ultimo disco, rispetto ad un panorama che tende verso qualcosa di diverso in termini di fruizione.

-” In un mondo dove ti fai le tue playlist, noi proponiamo qualcosa di diverso che vada verso la valorizzazione dell’ascolto del disco nella sua interezza. Dietro la stesura di una scaletta c’è tanto lavoro dell’artista, a montare e smontare fino a che abbiamo un senso di questo lavoro, nello spazio e nel tempo. Poi il vinile, anche nelle sue illustrazioni, da un certo valore, pure dal punto di vista qualitativo, ovviamente non è una demonizzazione del moderno. Il vinile è un viaggio traghettato nel disco, spinge la curiosità oltre il semplice intrattenimento“.

Ovviamente la mia domanda si lega all’attuale concetto musicale, napoletano e non, di una musica “brandizzata”, dove conta l’hype o un prodotto a tavolino creato anche lontano dall’effettiva realtà di richiamo, come vi ponete a confronto?

-” Non credo, per l’appunto, sia solo una questione napoletana, ma di mercato in generale, conta non smettere di credere nella propria musica. Quando ho iniziato, circa dodici anni fa, tutto ciò non c’era e ci muoviamo a prescindere verso qualcosa di sincero. Abbiamo iniziato a muovere i primi passi in una contesto disilluso dalla scena anni novanta, in una scena eterogenea ma anglofona, infatti alcuni non ci davano futuro cantando in napoletano ma evidentemente siamo ancora vivi e con la voglia di essere come siamo. Conta ascoltare tutto ma selezionando, mi interessa ascoltare anche ciò che ascoltano i giovanissimi di oggi in virtù della curiosità di uno specchio sociale. Anche se è tutto, spesso, molto materiale e va contro la reale sostanza, certa musica è rappresentativa, però, di un linguaggio, quindi giusto“.

Chiudiamo con la ritualità prima di ogni concerto che vi vede invocare la passione per il Napoli calcio in maniera importante, ci credete a questa rivoluzione dal basso, a questa rivoluzione sociale in “tuta”?

-” Noi siamo tifossissimi, ad ogni concerto ci accompagnano magliette o sciarpe della squadra e il nostro urlo “Forza Napoli” prima di ogni live. Il “Sarrismo” come concetto è qualcosa che mi emoziona, e adesso ti racconto in anteprima assoluta che sto scrivendo un pezzo, si chiamerà “Miracoli e rivoluzioni” e intendiamo farlo uscire prima di quel fatidico Maggio, al di là di quel che sarà, ho iniziato a lavorarci a Novembre, ci abbiamo sempre creduto, ma a prescindere dalla scaramanzia non è un inno, ma una canzone per tutti, una canzone di rivalsa”.

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