Napoli omaggia Fabrizio De Andrè con murale, poesia e canti

Poetico, anarchico, libero. Questo, e tanto altro, è stato Fabrizio De Andrè, conosciuto anche con il soprannome datogli da Paolo Villaggio, Faber, per la sua predilezione per i pastelli e le matite della Faber-Castell, oltre che per l’assonanza con il suo nome.
Oggi, 18 febbraio 2020, Faber avrebbe compiuto 80 anni.

Napoli, città molto cara al cantautore genovese, lo omaggia in diversi modi.
Per primo, l’artista napoletano Jorit gli dedica un’opera realizzata presso la Borsa internazionale del turismo di Milano, dove all’interno dello stand del comune di Napoli l’artista aveva già reso omaggio al filosofo nolano Giordano Bruno.

Non solo arte ma anche musica e poesia. Piazza Plebiscito, questa sera, sarà un luogo speciale, animato dalle voci e dalle melodie di chiunque vorrà rendere omaggio a Fabrizio De Andrè.
Questa sera ci sarà la Cantata Anarchica dedicata a Fabrizio De Andrè. Un evento a cui tutti potranno partecipare gratuitamente, artisti emergenti e quelli che fanno musica da una vita.

Un canto libero per omaggiare un cantautore che della libertà ha fatto il suo stile di vita.
La Cantata avverrà in cerchio, chi suonerà dovrà sedersi sulle scalinate e non ci sarà una rigida scaletta da rispettare.
Su Facebook è stato creato anche un evento con tutte le informazioni.

Fabrizio De Andrè amava la città di Napoli, il suo essere stata dominata da vari popoli senza mai essere stata domata, la sua unicità.
Nel 1994, in occasione dell’incisione di Canti randagi,  il cantautore genovese chiese a Peppe Barra di cantare e tradurre la sua iconica Bocca di rosa. L’attore teatrale fu ben contento di farlo e si lasciò aiutare da Vincenzo Salemme per la traduzione, facendone nascere una vera e propria opera di bellezza pura.

Ma non solo, De Andrè omaggiò Napoli anche con la sua bellissima Don Raffaè. 
Una canzone nata dalla collaborazione con Massimo Bubola per la stesura del testo e con Mauro Pagani per la scrittura della musica.
Questa canzone, cantata in dialetto napoletano, denuncia la situazione delle carceri italiane negli anni ’80 e l’incapacità dello Stato di combattere le associazioni malavitose.

Nel brano si narra di Pasquale Cafiero, un brigadiere della Polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale ormai sottomesso e corrotto da un boss camorrista in galera: don Raffaè. La guardia se lo ingrazia con complimenti e accudimenti per chiedergli favori e offre ripetutamente un caffè esaltandone la bontà e dando vita al bellissimo ritornello che ha fatto la storia della musica italiana:

Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci ha dato mammà

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