Dal cavallo al “ciuccio”: la vera storia del simbolo del Napoli

simbolo ssc Napoli

“Chi nasce asino non può morire cavallo” recita un vecchio proverbio. E’ possibile, invece, il contrario. Almeno stando alla storia del simbolo del Napoli. Un simbolo che ha origini molto antiche e che nasce, come era facile immaginare trattandosi della città partenopea, dall’ironia di tifosi e addetti ai lavori. Da un cavallo rampante sfrenato al celeberrimo “ciuccio e fichella”, ecco come e perché gli azzurri hanno adottato questo animale indolente e pur spesso vessato come stemma della propria squadra.

In origine fu un ovale celeste dai contorni dorati che faceva da cornice ad un cavallo rampante. Era bianco, come il simbolo della città stessa e del Regno di Napoli. Si ergeva su un pallone da calcio ed era circondato dalle lettere A, C ed N, ovvero le iniziali di Associazione Calcio Napoli, così come allora era denominata la squadra. Questo il simbolo primo dei partenopei. Durò, però, soltanto un anno, in pratica dal 1926 al 1927. Il tempo di disputare il primo campionato della sua storia, un’agonia interminabile.

simbolo del Napoli

 

Proprio agonia può essere la parola chiave di questa storia triste e divertente al tempo stesso. Già, perché nel rione Luzzatti tra gli anni ’20 e ’30 del 1900 si aggirava un certo don Domenico Ascione (per gli amici Mimì), originario di Torre del Greco. Era un uomo smunto ed esile che si guadagnava da vivere raccogliendo fichi di notte e vendendoli di giorno. Per questo era più comunemente conosciuto con il soprannome “Ficuciello” o “Fichella”. Ad aiutarlo in questa sua mansione un povero asinello, in continuo stato agonizzante, appunto. Si diceva avesse trentatré chiaje e a coda fraceta, ovvero “trentatré piaghe e persino la coda marcia”. Per questo, come racconta un famoso giornalista napoletano dell’epoca – Felice Scandone -, fondatore de “Il Mezzogiorno Sportivo”, “… povero Fichella, del quale si racconta che vegliasse la notte per cogliere i fichi del suo vasto orto per caricare il carretto che doveva trasportare la cesta al mercato. Ma l’asino percorreva appena poche centinaia di metri, poi si abbatteva al suolo e non c’era verso di farlo rialzare…”

Ebbene, il Napoli durante il suo primo campionato (allora la massima serie era la Prima Divisione) sembrava avere difficoltà ancora superiori a questo povero animale: in 18 partite furono ben 61 i gol subiti e soprattutto solo 1 il punto conquistato (uno 0-0 in casa contro il Cagliari). Siccome lo stadio – inizialmente denominato “Stadio Vesuvio” e poi “Ascarelli” (dal nome del suo fondatore, l’industriale Giorgio Ascarelli) – si trovava proprio nel rione Luzzatti, nella redazione del settimanale satirico napoletano “Vaco ‘e pressa” ironizzando sulla imbarazzante situazione degli azzurri, un giornalista esclamò: “Ato ca cavallo sfrenato, a me me pare ‘o ciuccio ‘e fichella, trentatré chiaje e a coda fraceta!”. Da questa battuta nacque subito anche una vignetta dov’era raffigurato proprio un asinello tutto incerottato, che in brevissimo tempo contribuì a diffondere la goliardica espressione.

Ciuccio simbolo del-Napoli

 

Finché il ciuccio in carne ed ossa non fece il suo primo vero ingresso allo stadio il 23 febbraio 1930 in occasione di un Napoli-Juventus. I partenopei perdevano 0-2, ma incredibilmente riuscirono in una rimonta a dir poco storica, terminando l’incontro sul 2-2. Al termine della partita, così, un piccolo asinello infiocchettato con un nastro azzurro fu portato in trionfo accompagnato da un cartello con la scritta “Ciuccio fa tu”.

 

Asino Napoli

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