Divina commedia napoletana: intervista all’autore del capolavoro

ulisse loni divina commedia napoletanoDi rivisitazioni della Divina commedia di Dante Alighieri ne esistono a iosa. Ma quella di Ulisse Loni, la prima e più importante riscrittura integrale dell’opera in lingua napoletana, ha davvero qualcosa in più delle altre. È una versione riveduta e scorretta, su definizione dello stesso autore, di una delle opere più studiate, più lette, più commentate della storia della letteratura. Abbiamo incontrato il professore autore dell’opera, e abbiamo parlato con lui della sua opera monumentale, che ripercorre con la giusta audacia l’opera fiorentina, dandole però il sapore del Vesuvio: ecco cosa ne è uscito fuori dopo averla letta.

L’opera di Ulisse Loni ricalca metrica, scansione delle strofe e stile della Commedia, è formata da decine di migliaia di versi racchiusi in 100 canti composti in terzine endecasillabe, ed è integralmente in lingua napoletana: tuttavia, contemporaneamente avviene uno stravolgimento di contesti e protagonisti dell’opera, con un attento lavoro di riscrittura che ha portato grande ventata di storia, umorismo e fantasia nel testo già superlativo di Dante.

Salve professor Loni, e grazie per avere accettato di incontrarci. La sua Divina commedia napoletana è un testo unico, perché ricalca perfettamente la struttura dantesca ma non ne è una semplice traduzione. Quanto tempo ha impiegato per scriverla? In che anno è stata terminata?

Scrivere la Divina commedia napoletana ha impiegato meno tempo che pensarla. Ci ho messo tre anni, in totale, unendo le fasi di ideazione e quella di stesura. L’opera, fra le tante cose, ha lo stesso numero di canti e di versi dell’originale, e ciò ha richiesto ulteriore precisione. Non sono nuovo alla scrittura poetica e all’utilizzo della lingua napoletana, ma ho voluto cercare di adattare Dante non solo tramite il linguaggio, anche tramite i fatti. Alcuni personaggi erano troppo legati a fatti politici relativi al ‘300, alcuni luoghi calzavano poco con l’impronta napoletana del testo. Infine, ho sostituito la figura di Dante con quella di me stesso: sono io a compiere la discesa all’Inferno e poi l’ascesa verso Purgatorio e Paradiso, int’ ‘o ciardino ‘e donna Margherita, accompagnato in ogni caso da Virgilio.

Nell’opera, una delle novità, oltre la lingua napoletana, è proprio che alcuni personaggi contemporanei a Dante vengono sostituiti da loro corrispondenti più moderni. Come mai questa scelta? Ci fa qualche esempio?

La scelta dei personaggi e dei luoghi che sostituiscono, in parte, quelli della Divina commedia dantesca è stata fortemente influenzata dalla mia condizione di partenopeo, peraltro sognante. Alcuni personaggi contemporanei a Dante vengono rimpiazzati con personaggi più attuali, protagonisti della vita sociale, culturale, politica e mondana, assurti agli onori delle cronache degli ultimi decenni. Questi personaggi, il più delle volte, non hanno attinenza alcuna con quelli dell’Alighieri se non la colpa, o presunta tale, che mi ha indotto a collocarli nei loro cerchi. Qualche esempio? Nel Purgatorio, fra gli iracondi del XVI canto, compare Pannella, accusato di aver osato candidare la pornostar ungherese Cicciolina in Parlamento. Pannella si difende ammettendo di essere stato invogliato al compromesso e di non averlo mai accettato, per il suo spirito ribelle. Poco prima, fra i superbi del canto XI, si incontrano Vittorio Gassman e Gabriele D’Annunzio, mentre nell’Inferno, all’ingresso della città di Dite dove sono puniti gli eretici, compare Pulcinella al posto di Farinata degli Uberti, e rivendica le proprie origini napoletane, precisamente della città di Acerra.

Come mai Pulcinella e come mai Acerra?

Io sono nato ad Acerra, anche se per lavoro vivo altrove. La maschera che rappresenta Napoli nel mondo è proprio di origini acerrane, e non poteva mancare in un’opera influenzata completamente dalla napoletanità. Pulcinella sostituisce Farinata degli Uberti, fa un ritratto di Napoli malinconico e critico nei confronti di chi l’ha abbandonata, ma non perde le sue caratteristiche comiche, come la fame e l’amore per il cibo, che porta con sé finanche all’Inferno. In questo canto, Pulcinella dialoga con me e mi chiede:

– Va buo’, nun ce penzammo, sciò tristezza,
parleme ‘e Napule, di’, comme passa!? –
– E comme adda passa’… dint’ ‘a munnezza!

Sempe bella è, ma comm’ ‘a ‘na vajassa
piacente ca figura sulo ‘e notte.
‘E juorno se piglia e doppo se lassa

poche ‘a curano, ‘o riesto se ne fotte! –
– Gesù! – me dicette – Che brutta fine!
E si ca sto’ penzanno a tutte ‘e llotte

ca se so’ fatte, e mo’ ‘sti traffechine
stanno stutanno ‘a stella cchiù lucente.
Nun è pussibbele! Ma so’ cretine? –

– Nun so’ cretine, no, ma gente ‘e niente , –
le spiecaje io – vittime d”a cazzimma.
‘A chiaja vera ‘e ‘na chiorma ‘e fetiente

sorda a ogne cunziglio, peggio ‘e primma
tutto fernesce p’essere ‘nu ‘nchiasto.
N’è facile schiantà chesta chiattimma.

Pulcinella ricorda Napoli con amore, e viene deluso dalla descrizione che gli viene fatta dal Poeta. Ma conserva sempre la speranza che tutto possa cambiare.

Nella sua produzione poetica, Napoli non è presente solo in questa rivisitazione. Lei ha scritto anche un’altra opera su Napoli.

Sì, ho scritto Partenopeide, tutta la storia di Napoli dalle origini all’unità d’Italia in 2400 versi. Ventiquattro canti da cento versi danteschi l’uno. Ma è un’opera così vasta che… dovremmo parlarne in un’intervista a parte!

Eppure, tutte queste opere hanno poco risalto.

Le case editrici, al giorno d’oggi, non sostengono la cultura. Sono farisei. Per questo, è molto difficile riuscire ad affermarsi senza il sostegno di nessuno, soprattutto con opere di questo tipo. Ho dovuto ricorrere spesso all’autopubblicazione, e c’è stata poca considerazione nei confronti delle mie opere. Però, ho pubblicato ugualmente nonsense, poesie e racconti per ragazzi, commedie per il teatro, la Genesi raccontata dai ragazzi della strada, la già citata Partenopeide.

…intanto, i libri di showgirl e calciatori stravendono.

Esatto.

Lei ha in programma nuove pubblicazioni?

Presto uscirà una raccolta di nuovi scritti per il teatro, la mia tredicesima opera pubblicata. La presenteremo in Campania. Come con le opere precedenti, e soprattutto nel caso della Commedia, forse non avrei mai pubblicato niente se non fosse stato per il prof. Aniello Montano, una figura fondamentale nella mia vita oltre che un grande amico e uomo di cultura. Il professore ha insistito tanto affinché io pubblicassi le mie poesie e le mie opere in prosa e in versi.

Tornando alla Divina commedia napoletana, c’è un altro passaggio che mi ha colpito particolarmente. Nel Paradiso VII, risiedono le anime di coloro che si attivarono per conseguire fama e onori terreni. Lì, lei instaura un realistico e arguto parallelismo fra la politica di un tempo e quella attuale. La poesia, in questo caso, veicola un messaggio importante.

Nun se pò repassà’ impunemente
chi ha subbito ‘a cassa integrazione
o, peggio ancora, tutta chella gente

ca lotta contro ‘a disoccupazione
mentre p”a Svizzera sciumme ‘e denare
hanno spisso pigliato ‘a direzione.

Sta’ certo ca quarcuno ‘e ‘sti cumpare,
cu’ la sòleta e bella faccia tosta
sotto diverzo simbulo accumpare;

ma pigliarrà sicuro ‘na batosta
cu’ ‘stu viento ‘e prutesta ca mò spira.
Contro a ‘stu viecchio sistema è apposta

sciso ‘ncampo uno ca pò e tira:
‘o granne cavaliere, Sua Emittenza,
il Berlusconi ca ‘o popolo ammira.

Ammira ‘e chistu ccà ‘a ‘ntrapennenza
e spera comm’a isso ‘e deventà’,
pe’ chesto ‘o degna ‘e tanta arreverenza! –

– S’è visto spisso, in Italia, e si sa, –
dicette io – ca basta ‘a simpatia,
oppure ‘o nomme, pe’ farse vutà’.

Però che brutta fine, mamma mia,
hanno fatto ‘e pulitece ‘taliane
si fà cu’ Bossi e Fini cumpagnia:

duje ca’ se sbranano comme a ‘e cane
e ca nun teneno niente in comune
si nun ‘o fatto ca’ so’ tipe strane.

Umberto, comme ‘o lupo, soffre ‘e llune,
e Fini certamente nun scarzeja
quanno assaje stritte le vanno ‘e scarpune.

Cchiù ca matre, ‘a puliteca è matreja
e porta annanze figlie scumbinate
ca simbulo e penziero ognuno anneja-

E’ cierto ormai ca songhe tramuntate
‘e tiempe ‘e Nenni, Gramsci e don Sturzo
‘e De Gasperi, Togliatti e tant’ate

ca ‘a Repubblica ‘nzieme hanno cuncurzo,
affruntannese, sì, ma a viso apierto
e cu’ cumizzie a l’urdemo discurzo.

Tutto era chiero, nun c’era scuncierto,
e nun cagnava d”a sera a ‘a matina,
ja’, pe’ ‘nu scanno ca te vene affierto.

Era gente uno piezzo, adamantina,
cu’ ‘na parola sola ed una faccia;
mò ne teneno diece o ‘na ventina.

Chesto ‘ntivvù ognuno se rinfaccia,
cupianno ‘e Vanna Marchi voce e stile,
pe’ fà’ d”a cuncurrenza ‘na petaccia.

Se sputeno veleno e tutt”a bile
ca ‘ncuorpo téneno e pe’ tutto ‘o riesto,
p”e ccòrpe fanno a scarrecavarile.

Voglio sperà’ ca’ dint”a ‘stu cuntiesto
cu’ chesta gente nun se torna areto
e ca facesse ‘a storia lummo e tiesto! –

Sì. Nel viaggio attraverso i tre regni dell’Oltretomba non si trovano solo scene di vita mondana o pervase di ilarità. La politica è presente tanto quanto le altre tematiche, collocata nei vari canti sempre in maniera pertinente allo schema della Commedia dantesca.

La ringraziamo per aver scambiato con noi le sue opinioni, e ci complimentiamo ancora per il suo capolavoro!

Grazie a voi!

Concludiamo, salutando ancora una volta il prof. Loni, con un intervento critico di Raffaele Piazza sulla rivista letteraria online Vico Acitillo 124 – Poetry Wave, pubblicato nel 2004:

Ulisse Loni, dopo una serie di belle opere in versi e in prosa, si cimenta ora con un tema assai impegnativo, sia per la vastità del progetto sia per le capacità fantastiche e poetiche che richiede. Riscrivere in un’altra lingua, parodiare e reinventare, sembrano, a primo ascolto, operazioni puramente tecniche, slegate e affrancate da ogni tensione creativa e fantastica. Invece non è affatto così. A parte la considerazione che tradurre la poesia in un’altra lingua esige un orecchio metrico e una sensibilità e un gusto poetico di non trascurabile valore, in quanto il “senso” della poesia è tutto nell’ordine e nella qualità delle parole usate, le difficoltà maggiori stanno proprio nel parodiare e nel reinventare. Loni riproduce, nella lingua poetica delle grandi opere napoletane della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, tutte le situazioni dantesche (peccati, rei, pene, anime purganti, beati e tutti i commenti e le questioni, anche teoriche, da esse suscitate), facendo attenzione a mantenere, in linea di massima, gli stessi personaggi già antichi ai tempi di Dante e assunti, perciò, a simboli emblematici e atemporali di un certo comportamento e di una specifica inclinazione. In questa situazione egli fa la parodia della Divina commedia dantesca. Ne reinventa figure, personaggi, conferendovi un tono ilare e scherzoso. Fare la parodia significa, infatti, riprodurre un testo aulico, severo, in forma giocosa, allegra, vivace, trasfondendo in esso una morale, una visione complessiva della vita e della società completamente originali e nuove che, però, non sono meno serie e significanti di quelle possedute dal testo di cui si fa la parodia. Notevole e originale, dunque, l’opera di Loni, e qui ci si augura che, oltre a trovare lettori appassionati tra i poeti e i cultori di poesia, possa diventare, per i giovani studenti che si accostano alla Divina commedia, una lettura piacevole, colta e anche divertente.

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