“Tenere la candela”: come nasce questa famosissima espressione?

Almeno una volta nella vita è capitato ad ognuno di noi di trovarsi nell’imbarazzante situazione di “fare la candela” o di “tenere la candela”. Con queste espressioni ci si riferisce a chi si trova ad essere solo insieme ad una coppia di innamorati o, comunque, di persone che si scambiano continue effusioni. È evidente l’imbarazzo di una simile situazione, al disagio provato da un terzo incomodo durante un bacio appassionato dei due compagni o, semplicemente, la difficoltà di intrattenere un dialogo con due persone che si stanno corteggiando.

“Tenere la candela” ha questo significato in tutta Italia, in qualunque dialetto o regione. Perché? Per capirlo bisogna considerare che tradimenti ed amori clandestini esistono da quando esiste il mondo. In assenza di smartphone e pc questi rapporti erano particolarmente rischiosi. Dovevano necessariamente consumarsi nelle ore notturne, col favore delle tenebre: il problema è che parliamo di epoche in cui una strada buia era davvero al buio, senza l’illuminazione elettrica. L’amante rischiava di perdersi prima ancora di raggiungere la sua bella o di incappare in persone poco raccomandabili.

A questi disagi, nobili e signorotti ponevano rimedio con l’ausilio del servitore più fidato, quello che, fra tutti, sicuramente non avrebbe mai riferito delle marachelle del padrone. Il suo compito era quello di accompagnare il signore con una torcia o con un lume, dipende dal periodo storico, ed aspettare che finisse l’appuntamento per riportarlo a casa sano e salvo e fornirgli la luce sufficiente per prodezze. Poteva capitare, infatti, che per raggiungere la sua bella dovesse scavalcare un muro o una siepe, imprese impossibili nel buio più totale.

Lo studioso Pico Luri da Vassano, alla fine dell’800, raccontava quanto fosse importante la famosa “candela”:“Anticamente in fatto di amori furtivi e notturni, e in altre opere ladre, i grandi signori si facevano tenere il lume dal servo più fido. Un lume e un aiuto ce lo voleva per iscalar muri, traversar viottoli, scoprir agguati ecc. Il servo dovea tenere il lume, vedere, ed essere muto e anche sordo”. Insomma, chi, oggi, mantiene la candela è molto simile a quel povero servitore che doveva passare intere serate in attesa che i due amanti finissero di accoppiarsi.

Altri, invece, fanno risalire questo modo di dire ad un’usanza ben più alta: il matrimonio secondo il rito ebraico. La tradizione vuole che i novelli sposi si nascondano sotto lo huppàh, un baldacchino che simboleggia il futuro tetto coniugale. Sotto questo improvvisato riparo è prevista la presenza anche del fratello maggiore dello sposo che illumini con una torcia i due coniugi. In alcune città come Firenze e Roma, al posto di “tenere la candela” si usa “reggere il moccolo”. La parola “moccolo” indica proprio una piccola torcia, a riprova della derivazione dal rito ebraico.

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