Sirine, la pugile campana con il sogno Nazionale. E’ un’italiana senza cittadinanza

Sirine CharaabiLa certezza di vivere un disagio si materializza nell’istante in cui il sorriso di una ventenne è smorzato dall’ingiusta impossibilità di poter scegliere. Assiste impotente alla freddezza di leggi che non tengono conto della realtà e di una burocrazia lenta e pigra. Sirine Charaabi, 20enne originaria della Tunisia, vive a San Prisco in provincia di Caserta da quando aveva l’età di 2 anni. Insieme alla mamma e alle due sorelle, si ricongiunge in Italia con il papà.

Lei è una pugile di talento. Ha già vinto due titoli italiani e nonostante il suo accento tradisca la residenza in Campania, per lo Stato Italiano è una straniera. Non meritevole ancora di indossare i guantoni della Nazionale Italiana. Ma lei, che si è iscritta all’università e sogna di diventare una mediatrice linguistica, è un esempio di “italiani senza cittadinanza”.

Sirine Charaabi e Francesco PeruginoE così si ritrova a dover rinunciare ai sogni, quelli che la boxe le avevano regalato fin da bambina. Da quando aveva seguito suo cugino nella palestra dove attualmente si allena. Alla “Tifata boxe – Prisco Perugino” di Giuseppe Perugino, Sirine si ritrova a casa tra amici. In quelle quattro mura della provincia di Caserta, si solo alternati pugili di grande livello. Sui muri i ritagli di giornale e le foto che decantano le vittorie ottenute negli anni passati. Sirine un giorno potrebbe riservarsi uno spazio proprio lì, se solo lo Stato le concedesse la meritata cittadinanza tricolore.

«Sono qui da 19 anni e non sono ancora cittadina italiana. Per la legge dello Stato è normale non poter essere in Nazionale, ma per me è anche ingiusta. Quando sono stata convocata ne era consapevole. Non avrei potuto gareggiare nei tornei internazionali. Ho anche fatto un appello al Presidente Della Repubblica, Sergio Mattarella, ma non ho avuto risposte. Giornalisti e partiti politici si sono occupati della mia situazione. Chiedevo la cittadinanza per meriti sportivi”.

Compiuta la maggiore età, Sirine può per legge richiedere la cittadinanza per residenza. Dopo 48 mesi di attesa, è ancora lì con un sorriso amaro ad attendere, impotente. Rinunciando, forse al sogno della sua vita: «E’ giusto non regalare la cittadinanza, perché è necessario rispettare dei parametri. Io frequento le scuole italiane dall’asilo. Oggi sono una studentessa universitaria. Questa attesa rallenta la mia carriera e a 20 anni un’atleta dovrebbe avere la possibilità di brillare in tornei importanti. Mondiali, qualificazione alle Olimpiadi. Ormai non ci penso minimamente. Questa legge per persone come me è ingiusta, ci sentiamo italiani a tutti gli effetti. Siamo perfettamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Se mi avessi chiesto del mio futuro tre ani fa, avrei risposto “la boxe”. Oggi devo guardare avanti e creare la mia strada».

Non esiste situazione più dolorosa di quando vengono tarpate le ali ad un giovane, è qui che si concretizza la crisi di una società incapace in questo caso di distinguere tra chi è straniero e chi, invece, appartiene di fatto ad una comunità dopo aver dato senza aver  mai ricevuto alcuna cosa in cambio: un diritto acquisito. E qui le questioni dello ius soli (acquisizione della cittadinanza per nascita sul territorio italiano, ndr) e dello ius culturae (acquisizione della cittadinanza dopo aver completato un regolare percorso di studi sul territorio, ndr) diventano attualissime. Al centro del dibattito politico da troppo tempo, risolverebbero velocemente situazioni come quelle della giovane Sirine. Ma tra inutili schermaglie politiche finalizzate alla mera acquisizione del consenso e la diffusione di un messaggio razzista sempre più invasivo, vite come quelle di Sirine e di tanti altri vengono costantemente penalizzate nel silenzio assordante di dibattiti fini a se stessi. Lo ius sangiunis (acquisizione della cittadinanza per nascita da un genitore o ascendente italiano, ndr) attualmente in vigore nello Stato Italiano non risolve e, forse, aumenta le distanze tra l’astrazione di una disposizione normativa e il pratico riconoscimento di uno stato di fatto.

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