Nicola, infermiere, resta a Milano: “Non ho festeggiato i 40 anni. Qui c’è terrore”

La storia di Nicola, infermiere di Aversa che lavora a Milano. Una bella storia di senso civico e dedizione al proprio lavoro arriva da Aversa, o meglio da un cittadino e infermiere di Aversa che lavora al Nord Italia. E’ lo stesso sindaco, Alfonso Golia, a raccontarne la storia con un post sul proprio profilo Facebook.

Nicola è un nostro concittadino che da qualche anno si è trasferito e lavora in una struttura sanitaria della Lombardia. Poteva tornare a casa, ma non l’ha fatto dimostrando coscienza e grande senso di responsabilità. Ora anche lui è in prima linea a combattere il virus. Buon lavoro Nicola da parte di tutta noi e grazie per questo messaggio che voglio condividere con voi. La Città di Aversa è orgogliosa di te e di tutti i suoi figli che lavorano in Italia e nel mondo!”. 

Queste le parole del primo cittadino che poi riprende quelle dell’infermiere di Aversa che racconta la propria storia.

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Ho rinunciato a festeggiare i miei primi 40 anni per restare a Milano è affrontare il covid19 e salvare la mia famiglia. Sono una persona molto riservata e non amo i social e non avrei mai pensato di condividere con voi quello che sto vedendo con i miei occhi pieni di paura.

“Mi chiamo Nicola e lavoro Presso ASST Melegnano P.O Cernusco sul naviglio Milano da circa 12 anni nel reparto di Ortopedia. Ho sognato e organizzato da tempo il mio compleanno ero pronto con le valigie in mano per partire e andare ad Aversa dalla mia famiglia. Ma poi la mia coscienza e il mio cuore mi hanno dettato di non partire e restare a Milano mentre una lacrima mi riga il viso . (La scelta più giusta che abbia mai fatto )

“Così proprio nel giorno del mio compleanno tutto è cambiato (1 marzo 2020 ) da quando è arrivato questo maledetto e subdolo nemico oscuro che senza gambe e senza braccia corre più forte di noi ,e nell’arco di poche ore ho visto riorganizzare un ospedale intero,non ci sono più colleghi dei vari reparti predefiniti non ci sono più colleghi dei vari reparti, ma siamo tutti colleghi di un unico ospedale e dello stesso reparto chiamato covid19.

“Sapete i DPI fanno male lasciano i segni sul volto i lividi, fanno sudare e una volta che ho indossato quella tuta non puoi mangiare non puoi bere per almeno 8 ore consecutive, per paura di toccarti con i guanti sporchi con il rischio di contagiarti e di contagiare. Perché questa battaglia noi infermieri la dobbiamo vincere ma ci vogliono le armi giuste .

“In questi giorni ho visto il terrore negli occhi dei miei colleghi dei medici e negli anestesisti, ma noi non lo facciamo lasciar passare oltre le mascherine. Ho visto il terrore e la paura negli occhi dei pazienti che devono stare soli in un letto 24 h su 24 e possono solo guardare una parete bianca. I pazienti hanno solo il conforto del mio sguardo quando somministro loro la terapia dietro una visiera o degli occhiali. Essere un infermiere ai tempi del coronavirus significa esprimere ogni sentimento solo attraverso uno sguardo sia esso di paura di smarrimento di sofferenza di preoccupazione

“Vi voglio invitare a stare a casa, basto solo io a vedere e a vivere con gli occhi pieni di paura ,ma non per andare a fare la spesa ,ma per andare a lavoro”.

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