Napoli, tipografia rischia di chiudere dopo 60 anni: “A noi nessun sostegno statale”

Rosa Ferrini tipografia

«Mia madre percepisce una pensione contributiva di cinquecento euro. Sa quanto abbiamo pagato di bollette nell’ultimo mese, tra casa e tipografia? Ottocento euro. E dovremmo anche mangiare io, mia madre e mio figlio di tre anni». Sono le parole di Angela, una donna forte che – come tanti – ha visto l’attività di famiglia, la tipografia Ferrini di via Foggia, schiacciata dalla morsa del Coronavirus.

Angela è figlia di Rosa Ferrini, proprietaria dell’omonima – e storica – tipografia napoletana. Rosa ha 74 anni e la sua attività fa parte di quella serie di eccezioni autorizzate a proseguire l’esercizio, secondo il Dpcm del 22 marzo. Le attività tipografiche, infatti, sono considerate parte della filiera della stampa, accuratamente tutelata dal decreto. Attenzione, però. In quanto esonerate dall’obbligo di chiusura, queste attività non soddisfano i requisiti necessari a ottenere un qualunque aiuto economico.

«Non ci spetta alcun tipo di sostegno statale. Perché mia mamma ha questa “grande pensione”», dice Angela, con un’ironia quasi malinconica, «e non abbiamo avuto diritto neanche ai duemila euro di bonus per le microimprese, perché abbiamo dovuto continuare a garantire il servizio».

È così che la famiglia Ferrini ha deciso di muoversi. Seguendo le indicazioni e continuando a garantire il servizio, nel rispetto delle regole, come sempre. Ma, come sappiamo, questo è il periodo dello smart-working. Su quali basi dovrebbe sostenersi un’attività che si occupa di stampa?

«Abbiamo perso anche le grandi ditte di medicinali, con cui spesso lavoravamo quando c’era ancora mio padre. Dovremmo andare avanti per cosa? Eppure sto garantendo l’attività. Non mando mia madre in negozio, alla sua età, considerando anche che è sopravvissuta a un cancro ad un polmone. È a forte rischio. Clienti? Zero. Non passa nessuno».

È tutto qui il paradosso. Così una storica impresa napoletana – con sessant’anni di attività alle spalle e varie collaborazioni con aziende del calibro di Coca-Cola – si trova a dover considerare seriamente l’opzione di dover chiudere i battenti, buttando via i sacrifici di tre generazioni. «È come se facessi un torto a mio padre che non c’è più», dice Angela.

Alla condizione di Rosa, già critica di suo, bisogna aggiungere un fattore importante: Angela ha quarant’anni, è disoccupata e da sola si occupa del suo bambino, che ha quasi tre anni. Difficile credere al fatto che una madre, in una condizione di forte instabilità economica aggravata dallo scoppio di una pandemia, venga abbandonata a se stessa. Eppure è esattamente questo l’incubo che questa donna si è trovata a vivere.

«Viviamo tutti e tre nella stessa casa quindi non mi spetta niente di niente. Avevo pensato al buono spesa, per il bambino. Ma non ne ho i requisiti. Perché mia madre ha questa pensione grandissima…», ironizza Angela, «e, per lo Stato, con cinquecento euro siamo ricchi e copriamo le spese di tutti e tre, capito? È assurdo».

Assurdo, sì. Ma Angela ha sempre lavorato, si è sempre data da fare. E quando le suggeriscono di prendere uno dei pacchi alimentari che la Protezione Civile sta distribuendo lei risponde con un “no” secco. «C’è troppa gente che ne ha veramente bisogno, pur essendoci tante persone che, invece, se ne approfittano. Ringraziando Dio, riesco a mettere il piatto a tavola. Se hai sempre lavorato riesci a conservare qualcosa e ad andare avanti», racconta.

Ma quello di Angela è lo sfogo di una persona stanca di vedere del marcio tutto attorno a sé. I cattivi la fanno franca e i buoni restano fregati. Sembra il solito stupido cliché eppure guardare al futuro e pensare di dover buttare all’aria il sudore di una vita fa male. E conferma i cliché. È la rabbia di una donna che vede sua madre rincorrere il proprio lavoro, arrancando tra le difficoltà e gli anni che passano. È la frustrazione di una figlia che si ritrova a dover domandare alla madre perché sia ostinata a mantenere in vita un’attività che le porta via soldi anziché dargliene. Perché, a oltre settant’anni, Rosa pensa al futuro di suo nipote e continua a lottare, per lui.

Ma le contraddizioni sono veramente tante. La pretesa che una famiglia composta da due adulti e un bambino possa vivere con cinquecento euro mensili e i dati Istat, secondo cui un nucleo di questo tipo viene considerato “assolutamente povero” quando sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a circa mille euro. Per rendere l’idea.

Senza considerare le spese che le normali statistiche non includono. Un esempio? Tutti i medicinali per la terapia immunologica cui sia il bambino che la signora Rosa sono sottoposti. «Mio figlio sta facendo una terapia immunologica per cui spendo cinquanta euro di medicine ogni mese. Magari non interessa a nessuno, ma le spese sono davvero troppe, già soltanto tra questo e i medicinali per mia madre. Cinquecento euro non sono niente. E, tra l’altro, non sono soldi dello Stato. Sono soldi che mia madre versa, anno dopo anno», racconta Angela. E lo fa con tanta delicatezza. Con la compostezza di chi comprende le difficoltà di tutti e chiede soltanto un po’ di sostegno.

«Io non chiedo nulla. Non ho mai chiesto nulla. Ma chiedo perlomeno una sospensione delle bollette. Capisco che l’economia deve girare. Capisco tutto. Ma almeno agevolate chi ha sempre pagato». Angela chiude così quest’appello, nella speranza che la sua voce possa essere la voce di tanti altri.

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