La Mamma di Ciro: “Ci hanno nascosto la verità sul suo stato di salute. Voglio giustizia per evitare che altre mamme soffrano”

mamma ciro

La signora Mariolina è a casa, nella sua abitazione di Portici. Non si dà pace per quanto successo a suo figlio Ciro Claudi. Un ragazzo solare, con tanta voglia di vivere che affrontava la vita sempre con il sorriso. D’altro canto come poteva essere altrimenti, il suo motto “Carichi e positivi” era presente in ogni video, anche in quello realizzato il giorno prima dell’operazione in Ospedale.

Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco. La morte, arrivata così all’improvviso e precocemente, ha scosso tutti. Amici, parenti e quanti conoscevano Ciro. Ma soprattutto mamma Maria:

“Ciro era carico, me lo hanno ucciso. Qualcosa è andato storto ma non me l’hanno voluto dire, dicono di no. Non gli hanno detto la verità sull’intervento e dopo che si è operato è morto. Non voglio soldi ma giustizia. Non deve succedere più quello che è successo a mio figlio dove altre mamme possono soffrire come sto soffrendo io”.

Maria ha le idee chiare su quanto accaduto e vuole che la sua storia, la storia di suo figlio Ciro, sia d’esempio per evitare altre morti che a suo dire si potevano evitare. Anche per la sorella Chiara, Ciro è stato ucciso:

“Gli hanno dato false speranze. Lo hanno illuso, manipolato e usato. Non ha smesso di battere il suo cuore perché batteva fino all’ultimo. Gli hanno causato la morte cerebrale. Abbiamo prove, testimonianze. Tutto. Combatteremo fino alla morte per te Ciro. Noi non ci arrendiamo. Sarà fatta giustizia”.

LA STORIA – Tutto inizia qualche mese fa. Ciro, secondo quanto raccontato dalla famiglia, decide di trascorrere le vacanze estive a Gallipoli. Qui avverte un malore mentre si trova a mare e si reca all’Ospedale di Lecce. I vari esami medici evidenziano con una tac una massa non definita al cervello. In successivi controlli effettuati a Napoli, all’Ospedale del Mare, arriva la diagnosi: tumore al cervello. Ma secondo la famiglia la diagnosi non è stata completa o meglio è stata omessa la reale gravità del tumore, in stato avanzato:

“Ci rechiamo dal miglior primario di Napoli per capire cosa abbia mio figlio. Qui a metà agosto riceviamo assistenza, ma comunque il personale era limitato perché era piena estate, l’equipe del dottore fa una risonanza e una tac. Ci viene diagnosticato un tumore al cervello. Viene il professore e ci dice che è operabile, un intervento difficile ma non mortale. Chiediamo che tipo di tumore fosse e il dottore ci replica dicendo che è impossibile saperlo prima di operare e aprirlo. Poi ci dice che se volevamo consulenza da altri dottori potevano chiedere un altro parere. Ho girato altri dottori e ci hanno detto che era un gliobastoma”.

Il gliobastoma è forse il tumore cerebrale più maligno e aggressivo che si conosca. Data la complessità del sistema nervoso centrale e l’elevato numero di cellule che lo compongono, i tipi di tumore al cervello possono variane e sono molto numerosi (sopra i 100). Difficile quindi individuarli con precisione ma chi è affetto da gliobastoma, nonostante le cure del caso, muore dopo pochi mesi. L’intervento chirurgico e l’asportazione della più ampia area cerebrale possibile, posso allungare però la vita del paziente di qualche anno.

Foto di Ciro il giorno prima dell’intervento
 

“Il primario non ci ha mai parlato di gliobastoma. Mio figlio era carico e positivo anche il giorno prima di essere operato e quando gli chiese: “Dottore dopo l’operazione starò male?” Lui rispose guardandolo negli occhi: “Uscirai meglio di prima, si può operare”. E così viene operato alle 8 del mattino ed esce alle 19. Il primario ci dice che era andato chirurgicamente tutto bene e non aveva intaccato nulla. Infatti ci aveva spiegato che uno dei rischi post intervento era intaccare la parte destra del cervello con relativa paralisi del lato destro: parola, braccia e gamba. Dopo un’ora viene l’anestesista che ci spiega che mio figlio era sveglio ma non muoveva il lato destro ma può succedere e che tra poco sarebbe salito in camera. Dopo due ore l’anestesista ci spiega che si è formato un edema celebrale ma dovevamo stare tranquilli perché con i farmaci si assorbiva da solo. Gli avevano messo un drenaggio celebrale e la sera siamo stati in stanza a vegliare mio figlio, alle tre di notte una Oss viene e ci dice: “Dobbiamo aprire il drenaggio”. Poi lo intubano e lo portano in sala intensiva perché ci dicono che il cervello doveva riposare. Intanto liberano la sua stanza dai suoi oggetti personali. Alle 19 ci chiamano e ci dicono che lo stavano di nuovo operando perché aveva avuto un peggioramento neurologico. Un infermiere poi ci dice che era in morte cerebrale”. 

A quel punto la famiglia non ci sta e chiede di parlare con il primario. Il primario spiega come quello che è accaduto può succedere dopo un intervento così delicato negando una sua presunta responsabilità. Il caso di Ciro purtroppo, rientra in una complicanza post operatoria. Ma la famiglia racconta un’altra verità.

“Gli anestesisti in terapia intensiva ci dicono: “Ma voi non lo sapevate che aveva un gliobastoma? E’ il tumore più brutto che esiste, suo figlio aveva un mostro nel cervello”. Noi non abbiamo saputo niente. Questo voglio dire: che il primario mi doveva dire la verità. Scegliere come morire dovrebbe essere un diritto per ogni paziente. Mio figlio non si sarebbe operato se sapeva la sua condizione reale. Non ho fatto l’autopsia per non straziare ancora di più il suo corpo, ma ho prove che ci sia stato un errore durante l’intervento. Non vogliamo soldi, ma non deve succedere ad altri figli. Non sapete che vuol dire vedere un figlio finire sotto terra, lui era sempre carico e positivo. Lo dico per gli altri, perché mio figlio non tornerà più, ma non deve succedere ad altre mamme. Bisogna indagare su quella struttura per capire cosa succede e se è inadeguata. Per me il professore ha sbagliato, dovevamo essere noi a decidere se fare l’operazione o no ma lui ci aveva rassicurato che dopo l’operazione sarebbe andata solo meglio. Se il professore lo salvava era un grande luminare ma mio figlio non si sarebbe operato se sapeva che aveva un gliobastoma. Lo lasciavo vivere, anche solo un mese e non morire così”.  

LA REPLICA DELL’OSPEDALE – Il primario, il Prof. Giuseppe Catapano, risponde e respinge ogni tipo di sospetto. Queste le sue parole:

“Il paziente si è ricoverato il 17 agosto nel reparto di neurochirurgia dell’Ospedale del Mare con accesso da pronto soccorso per una neoformazione cerebrale emersa in un esame TC effettuato in Puglia. Le condizioni generali e neurologiche al momento del ricovero erano buone. Come da prassi è stato sottoposto ad esame RMN dell’encefalo per definire meglio sul piano anatomico le caratteristiche del tumore. L’esame metteva in evidenza la presenza di un tumore infiltrante in una regione profonda cerebrale a sinistra, dove risiedono aree neurologicamente molto importanti ed una parte che aggettava all’interno di cavità che si trovano nel nostro cervello dette “ventricoli”.

A seguito di tale indagine incontro come di prassi i familiari del paziente per illustrare la problematica e per esporre il cosiddetto iter terapeutico. Viene spiegato che la risonanza magnetica consente di vedere un tumore ma che non consente di definirne la natura. Ad oggi l’unico modo per definire con precisione la natura di un tumore cerebrale è attraverso un esame istologico ed un’analisi molecolare dei campioni operatori. Il protocollo di trattamento dei tumori cerebrali si avvale della chirurgia (quando possibile), della radioterapia e della chemioterapia. Poichè non è possibile procedere con radio e chemioterapia in assenza di un esame istologico bisogna decidere se proporre una semplice biopsia oppure un’asportazione del tumore. Nel caso di Claudi Ciro l’intervento chirurgico poteva togliere solo una parte del tumore (quella intraventricolare) ma non tutto il tumore. Nel corso del colloquio i familiari vengono edotti di tutte queste problematiche e dell’orientamento di procedere con un’asportazione parziale del tumore. Come faccio spesso, suggerisco comunque ai familiari di acquisire anche altri pareri prima di decidere sul da farsi. I familiari riescono a contattare altri altri neurochirurghi e, dopo qualche giorno, in presenza dello stesso paziente, mi confermano la volontà di procedere con quanto proposto. Vengono di nuovo date tutte le spiegazioni del caso sia ai familiari che al paziente.

In particolare si specifica che saranno messe in atto tutte le procedure per ridurre al minimo il rischio ma che il rischio zero non esiste in nessuna delle cose che facciamo quotidianamente e quindi non è concepibile che si possa fare un intervento al cervello senza correre dei rischi. Si espongono i rischi e li si elencano (compreso il rischio vita) nel modulo del consenso informato che si fa firmare al paziente dopo aver spiegato tutto. Il compito dei medici è quello di mettere in atto tutta una serie di misure e procedure atte a ridurre al minimo questi rischi. Ciò è possibile per rischi prevedibili e quindi prevenibili. Esistono però dei rischi che non è possibile prevedere e pertanto non sono prevenili. 

Il giorno 4 settembre il paziente viene operato. Come da programma viene asportata una parte del tumore che aggetta nel ventricolo. Per ridurre il rischio di creare deficit motori vengono, come di prassi, utilizzati i monitoraggi neurofisiologici intraoperatori. Alla fine dell’intervento i potenziali evocati si sono mantenuti nella norma, per cui, in considerazione del buon andamento dell’intervento e della stabilità dei parametri anestesiologici, come di consueto l’anestesista procede con il risveglio del paziente. Al risveglio viene segnalata l’emiparesi destra, che, con i potenziali evocati negativi, sarebbe regredita con molta probabilità nei giorni successivi. Il paziente, come di prassi, viene sorvegliato per circa due ore dall’anestesista in recovery room e poi, constatata la stabilità di tutti i parametri, viene trasferito in reparto

Al mattino seguente improvviso deterioramento neurologico per cui si procede rapidamente con l’intubazione e la sedazione profonda e trasferito in rianimazione. Un esame TC del cranio documenta lo sviluppo di edema diffuso del cervello. Tutte le procedure, farmacologiche e chirurgiche messe in atto prontamente, non riescono a far regredire l’edema per cui si instaura un quadro clinico di morte cerebrale.

Ho provato a spiegare ai familiari che quanto accaduto non era conseguenza di errori procedurali e quindi non era possibile prevedere e prevenire questa problematica. Ma, nel comprensibile dolore per la perdita, sono stato fin da subito individuato come il responsabile di tutto questo e sottoposto ad una serie di attacchi verbali per telefono e de visu. 

Mi si accusa di non aver riferito con precisione il nome della malattia prima dell’intervento, ma ho già detto a tal proposito che sulla base della sola RMN non è possibile fare altro che esprimere un sospetto diagnostico. In ogni caso i familiari riferiscono che, avendo acquisito, su mio suggerimento, anche altri autorevoli pareri, qualche neurochirurgo il nome del tumore lo aveva comunque in qualche modo esplicitato, quindi ci sarebbe stata assolutamente la possibilità, da parte loro, di non procedere con l’intervento chirurgico, qualora fosse stata questa la volontà. 

Il mestiere del medico per definizione porta a confrontarsi quotidianamente con la sofferenza umana. Io ho dedicato e dedico tutta la mia vita a cercare di alleviare le sofferenze dei pazienti, comprendendo molto bene che le persone che si rivolgono a noi non sono semplicemente dei “casi clinici” da trattare ma sono universi intorno ai quali ruotano emozioni, rapporti sociali, aspettative, ecc. Come tanti colleghi, sacrifico la mia vita e quella della mia famiglia per dare piena disponibilità sempre e comunque . Gioisco con i pazienti quando si riesce a risolvere un problema e soffro con loro e con i loro familiari, quando non ci si riesce. Ma, mi chiedo, chi è disposto a capire il dolore di un medico? Il medico viene sempre di più visto come la causa dei problemi e non come l’alleato per combattere una battaglia contro la malattia. Evidentemente qualcosa si è irrimediabilmente rotto nel rapporto di fiducia che per secoli ha visto medico e paziente dalla stessa parte”. 

GLI AMICI – Ciro era un ragazzo ben voluto da tutti, amante della musica, e che aveva suonato anche alla Festa dei Gigli. Sono quindi tantissimi i messaggi di cordoglio e le dimostrazioni d’affetto presenti sui social.

❤️❤️❤️Il saluto che meritavi❤️❤️❤️
❤️❤️❤️Buon viaggio CIRO❤️❤️
❤️Sei sempre con noi❤️

Pubblicato da Francesca Piro su Mercoledì 9 settembre 2020

 

 

 

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