Animali domestici e Covid, uno studio conferma: non possono trasmettere il virus

 

Nonostante la pandemia sia iniziata circa un anno fa, i dubbi sul possibile contagio tramite gli animali domestici continuano. “E’ possibile contagiarsi tramite gli animali?“, “Gli animali possono prendere il Covid19?“: sono queste le domande più frequenti che si fa la popolazione. E, a tal proposito, degli scienziati italiani hanno deciso di svolgere un’analisi per chiarire una volta per tutte il ruolo degli animali in questa situazione di emergenza.

Non esistono evidenze che gli animali da compagnia svolgano un ruolo epidemiologico nella diffusione all’uomo di Sars-Cov-2. Al contrario, i dati raccolti finora sembrano escludere che gli animali domestici abbiano un ruolo epidemiologico nella diffusione del virus“, spiegano i ricercatori della Federico II.

A studiare il fenomeno sono Anna Costagliola, ricercatrice del Dipartimento di Medicina veterinaria e Produzioni animali all’università di Napoli Federico II, e Giovanna Liguori, dirigente veterinario all’Asl di Foggia. Infatti, queste ultime due sono state le prime firmatarie di un intervento pubblicato sulla rivista “Animals“.

L’analisi

Gli scienziati, dati i pochissimi casi di infezione da Covid-19 riportati negli animali domestici, hanno scopetto che la loro positività dipende da uno stretto contatto con persone risultate positive. Infatti, gli animali domestici non sono portatori di Covid, ma solamente portatori di compagnia in questo periodo difficile.

Risulta quindi indispensabile che i medici veterinari si facciano carico della tutela del benessere degli animali da compagnia, consigliando ai proprietari positivi di limitare l’esposizione al virus dell’animale“, spiegano Francesca Ciani e Danila d’Angelo, ricercatrici dell’università di Napoli Federico II.

La comparsa della Severe Acute Respiratory Syndrome nel 2003 e della Middle East Respiratory Syndrome nel 2012, causate rispettivamente da Sars-CoV e Mers-CoV – premettono gli studiosi nell’intervento – hanno dimostrato il potenziale zoonosico dei coronavirus.

Il nuovo coronavirus umano Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus type 2 (Sars-Cov-2), responsabile della Coronavirus disease 2019 (Covid-19), lasciato il suo probabile serbatoio animale selvatico si è diffuso rapidamente in tutti i continenti. Ha trovato, così, nella specie umana una popolazione ricettiva e in grado di permettergli un’efficiente trasmissione intraspecifica”.

A metterci in guardia sul rischio esistente per gli animali è Antonio Giordano, direttore e fondatore dell’Istituto Sbarro di Philadelphia e professore di Anatomia e Istologia patologica all’università di Siena. All’Adnkronos Salute Giordano si dichiara  “fermamente convinto che, laddove non vengano attuati idonei piani di tutela e salvaguardia del benessere di animali selvatici, il rischio zoonosico aumenta in modo considerevole.

Concorda Caterina Costa, dell’Istituto nazionale tumori di Napoli, Fondazione Pascale: “E’ importante promuovere e potenziare lo scambio di informazioni tra i medici veterinari e l’Istituto superiore di sanità (Iss), per formulare le raccomandazioni giuste e attuare le misure efficaci di gestione del rischio Sars-CoV-2 utilizzando un approccio One-Health“.

Ma perché è tornato sotto i riflettori questo tema? Pare che la causa di tutto ciò sia stato il ritrovamento del coronavirus Sarà-CoV-2 nei visoni da pelliccia di allevamento intensivo. Quest’ultimo trasmesso loro da operai Covid-positivi, ha aperto la strada all’ipotesi di una possibile trasmissione tramite gli animali.

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