Epatite C eliminata entro il 2030: il modello Caserta dell’Ospedale Sant’Anna e San Sebastiano esportato nel mondo

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Immagine di repertorio

Eliminare l’epatite C entro il 2030. E’ questo l’obiettivo fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che vuole debellare del tutto questo virus che colpisce il fegato e gli ultimi tempi giovanissimi. Per farlo basta copiare il ‘Modello Caserta’ messo in campo dall’Azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano e che consiste in cure mirate, innovazione ed efficienza. Un modello che è stato già in passato premiato a livello internazionale (ha vinto l’edizioni 2018 e 2019 del premio Fellowship Program e lo SLTC 2019 di Valencia quale migliore esempio organizzativo e di avviamento a terapia) ed è stato citato nel Rapporto 2020 stilato dal Boston Consulting Group.

IL MODELLO CASERTA PER LA CURA DELL’EPATITE C

Sostenuto a livello manageriale dal direttore generale, Gaetano Gubitosa, e dal direttore sanitario, Angela Annecchiarico, il “Modello Caserta” per l’epatite c è stato ideato ed è portato avanti dall’Unità operativa Malattie Infettive e Tropicali, guidata dal prof. Paolo Maggi. Il 2 luglio a Roma si terrà un evento istituzionale dal titolo “Il posizionamento dell’Italia nella corsa per l’eliminazione dell’Epatite C. Accelerare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi dell’OMS”. Tra i modelli virtuosi che saranno elencati c’è appunto quello dell’Ospedale Caserano che sarà illustrato dal dott. Vincenzo Messina dell’Uoc Malattie Infettive e Tropicali.

Un modello clinico-organizzativo di assistenza integrata e semplificata che spicca per innovazione, efficacia ed efficienza. Tre gli obiettivi perseguiti che sono indicati in un comunicato diffuso dalla struttura sanitaria:

Incoraggiare i pazienti, facilitando lo screening, snellendo il percorso di diagnosi prima e di accesso poi alla terapia eradicante dell’epatite C, fidelizzarli alla cura con un percorso di assistenza più breve;

Favorire le categorie svantaggiate, difficili e tradizionalmente esposte a un maggiore rischio di infezione: tossicodipendenti e popolazione carceraria, che vengono individuati e raggiunti, per la diagnosi e la terapia, grazie a un prezioso e sinergico lavoro in rete dell’Ospedale di Caserta con il Dipartimento delle Dipendenze (SerD) e l’Uoc della Tutela della Salute in Carcere dell’ASL di Caserta e con il Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania;

Sensibilizzare e avviare la terapia, all’interno dell’Azienda ospedaliera di Caserta, attraverso la fattiva e concertata collaborazione di tutte le Unità operative sia chirurgiche sia mediche, i pazienti che risultino positivi al virus dell’epatite C nel corso di un ricovero ospedaliero.

Come spiegato dal Dott. Vincenzo Messina:

Questo triplice approccio ci ha consentito di ampliare considerevolmente la platea dei soggetti da curare con gli antivirali ad azione diretta. Dal 2015 ad oggi l’Ospedale di Caserta, con le Unità operative Malattie Infettive e Gastroenterologia, ha trattato più di 3.000 pazienti”.

Gli fa eco il direttore sanitario Angela Annecchiarico:

Lo screening facilitato, l’accesso diretto alla terapia, nella nostra Unità operativa Malattie Infettive, per tutti i soggetti positivi al virus dell’epatite C, il coinvolgimento dei soggetti a maggiore rischio di infezione, sono una formula vincente. Proseguire sulla strada imboccata ci consente di offrire una risposta adeguata al bisogno di salute della cittadinanza e, nel contempo, di rispondere all’appello dell’OMS di eliminare il virus entro l’anno 2030”.

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