Vesuvio e il film “Sul Vulcano”, il regista: “Napoli fatta di luci ed ombre”

gran cono del vesuvio

Noi, il popolo abitiamo una terra vulcanica. Essa non è semplicemente uno spazio geografico di una continua e inquietante attesa tra pericoli vulcanici, sismici, bradisismici, idrogeologici, ma l’apertura di un’esperienza contraddittoria, un luogo sospeso tra l’artificio e il reale, l’opportunità e la scelta, del sottile equilibrio tra l’innocenza e l’emancipazione.

In questa terra di conflitto, di lotta, ogni giorno, quotidianamente,si  litiga e si combatte ancora contro ciò che in altri dove è ormai silenzio. La fisica, alle pendici del Vesuvio, ci bussa alla porta con le nocche dure di un’emergenza sempre incombente: l’evento della distruzione e dell’annientamento.

Davanti il popolo vesuviano il mondo rimane sgomento, ma per chi vive a un tiro di schioppo dalle cave dell’inferno sembra ormai ovvietà, un emergenza non più urgente di molte altre.

Per chi ha perso la memoria storica, il Vesuvio “buono”, il gigante “assopito”, non offre manifestazione della sua forza e della sua autorità dal 1944, anno in cui aggiunse morti a una città già martoriata dalla guerra, e temprata dalle sfide dell’uomo.

Da Locarno, dal 67 esimo Film Festival del cinema internazionale, il regista napoletano Pannone, con il film documentario “Sul Vulcano”, ci scrolla da quel nostro torpore, e risottolinea, anche forse con una certa banalità, i rischi che le genti vesuviane corrono nel momento in cui abitano un luogo “così vivo”, cosi “violento”.

Attraverso interviste, riprese d’epoca e di repertorio comprese tra il 1906 e il 1944, e numerosi colpi d’occhio, ci ha interrogato su quanto abbiamo trasformato e martoriato intorno il Vesevo, e quanto lo scellerato inurbamento, i ritardi storici della città, una certa cultura fatalista ed empirica, mettono in discussione un fragile equilibrio.

Uscendo dai soliti cliché pubblicitari e malavitosi, Pannone cerca di liberarsi da uno stato di natura, dove fratelli si scannano per il potere, sulla scena di un prima della cultura – forse un più o meno natura – dove norme e leggi sembrano essere ancora da stabilire.

Napoli è una delle città più politiche della storia e del mondo in questo senso, è il foro da cui si palesa qualcosa che non è ancora stabilito, ma che rimane da stabilire. In questo la natura non centra niente, ma pertiene invece solo nella misura in cui già fa parte del conflitto tra la stupidità e la ragione, tra la biologia e il lavoro. Il Vesuvio è per Pannone, e questo gli si deve riconoscere, una natura che deve ritornare ad essere storicizzata, avvicinata e al centro della nostra attenzione.

Pannone sul tema si esprime così: “Da napoletano, non volevo fare un reportage di denuncia sociale, ma puntare l’obiettivo sulle persone, sui quei custodi del Vesuvio che vivono con un fatalismo gentile e disperato l’incombente pericolo. Come è possibile che per decenni la connivenza politica abbia permesso lo scempio operato dalla criminalità organizzata e i cittadini si siano disinteressati dei rischi portati dai tanti edifici abusivi, come l’Ospedale del mare di Ponticelli, che si sta costruendo in piena zona rossa, o dalle colline di monnezza ai piedi al vulcano? In genere di Napoli vengono mostrate sempre le stesse due facce, Pulcinella o Gomorra. Io rifiuto quest’idea, la trovo razzista. Napoli è dolorosa, è la faccia di Eduardo De Filippo, è fatta di luci e grandi ombre

Il Vesuvio non è fisica, il Vesuvio è storia, e a questa non possiamo permetterci il lusso di voltarle le spalle!

“Sul Vulcano” è un film da vedere e da apprezzare, ma come tutto può diventare la celebrazione di nuove e più nascoste alienazioni.

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