Marco, percettore del reddito: “Chi dice che non vogliamo lavorare si sbaglia di grosso”

Reddito di Cittadinanza. Marco, percettore
Reddito di Cittadinanza. Marco, percettore

Marco ha 41 anni e beneficia del Reddito di Cittadinanza. Originario di Napoli, da piccolo trasloca in provincia di Caserta insieme alla sua famiglia. Da 15 anni vive a Santa Maria Capua Vetere. Il comune sammaritano da settembre lo impiega fuori ad una scuola statale nell’ambito dei PUC (progetti di utilità collettiva, ndr). Ogni mattina in compagnia della polizia municipale integra e potenzia il servizio di vigilanza all’entrata della scolaresca per 8 ore settimanali. Svolge il suo ruolo con dedizione, puntualità e spirito di sacrificio. Del resto Marco ha sempre lavorato fin da quando aveva 14 anni.

E’ un fabbro serramentista ma si è svegliato da ragazzo anche alle 4 del mattino, ogni giorno, per fare i mercati. Le sue mani raccontano anche di quando era impiegato in una fabbrica dove si facevano le grondaie o di quando lavorava in un negozio di detersivi. Nel percorso della sua vita ha avuto la fortuna di trovare una compagna, ha un figlio di 11 anni ma la perdita del lavoro nel 2017 lo ha mandato in mezzo ad una strada segnando profondamente la sua vita nel dover fronteggiare le ristrettezze economiche e contemporaneamente sostenere la famiglia. Comincia in quel momento il dramma lavorativo e umano di Marco.

Reddito di Cittadinanza. Le parole di Marco

«Ho sempre lavorato, spesso a nero. Purtroppo. Nessuno, tranne un giovane imprenditore, era disposto a inquadrare la mia posizione. Ricordo quando a 15 anni mio padre perse il lavoro ed io e mio fratello lavoravamo sempre per portare la casa avanti. Anche di sabato e domenica. Dal 2017 sono disoccupato. E’ capitato qualche lavoretto saltuario, ma troppo poco e sporadico per tirare avanti. Cose settimanali, impossibile per sostenere una famiglia con affitto e bollette da pagare».

Marco e il Reddito di Cittadinanza

«Dal 2019 percepisco il reddito. Sono andato al Centro dell’Impiego di mia spontanea volontà e ho firmato il Patto per il lavoro. Ma non mi hanno mai chiamato per propormi un’occupazione. Io ci speravo. Ti appendi a qualcosa. Ma niente. E sono ancora iscritto nel programma. Da settembre lavoro per il Comune. I Servizi Sociali mi hanno chiamato nel mese di agosto, dopo il colloquio conoscitivo dove mi fu spiegato il programma di lavoro, ho accettato senza riserve e con molta voglia di cominciare. Da settembre sono lì. La prima settimana mi sentivo un po’ disorientato, osservato dagli altri, poi man mano ho capito che in tanti altri comuni si faceva ed era una cosa normale. Oggi mi sento meglio, più soddisfatto di me e utile per gli altri.  Mi impegno sempre, non mi sono mai tirato indietro nel lavoro. Da quando avevo 14 anni non mi sono mai fermato dal lavorare. Le dita delle mani non sono tutte uguali: c’è il lavoratore, l’approfittatore, lo scansafatiche. Io la mattina mi sono sempre svegliato per portare la mia famiglia avanti. Ho un pigione da pagare, non faccio una vita di lusso, mai fatta. Bollette, auto che serve, spese per il figlio. A certe cose come queste non puoi rinunciare. Non vado in pizzeria, il reddito lo uso per queste cose. L’essenziale».

La speranza di Marco

«Spero che le condizioni lavorative possano cambiare per tutti. Non contratti stracciati, contrattini miseri nei diritti e nella paga. La speranza e il desiderio di lavorare ce l’ho, sono pronto a svolgere altre mansioni, non solo il fabbro. Chi ha voglia di lavorare, fa tutto. Chi è nato per lavorare, lavora. Ho conosciuto qualche percettore che si è adagiato sul sussidio e si è fermato. Io, invece, penso sempre che c’è bisogno di trovare il lavoro e lo cerco. La penso così. Chi sostiene che tutti i percettori non vogliono lavorare, sbaglia di grosso».


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