Minacce a Saviano e Capacchione, condanna confermata. Roberto in lacrime: “Mia vita rubata”
Lug 15, 2025 - Redazione Vesuviolive
Le lacrime, quelle vere, erano tornate. Come quel 13 agosto di due anni fa, al funerale dell’amica Michela Murgia nella Chiesa degli Artisti. Ma ieri, nell’aula della Corte d’Appello di piazzale Clodio, Roberto Saviano è crollato del tutto. Piangeva disperato, abbracciato al suo avvocato Antonio Nobile: «Mi hanno rubato la vita, mi hanno maciullato», sussurrava tra i singhiozzi. E attorno a lui, un pubblico fedele — giunto da Torino, Pesaro, Bologna, come riportato dal Corriere della Sera — applaudiva la conferma della condanna per Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto ‘e mezzanotte”, storico boss del clan dei Casalesi.
Un verdetto atteso, carico di significato. In videocollegamento dal carcere di Opera, Bidognetti ha assistito a ogni fase dell’udienza. L’uomo che dal 14 marzo 2008 — quando l’avvocato Michele Santonastaso lesse in aula il famigerato “proclama” — ha segnato per sempre la vita dello scrittore. Quella dichiarazione, si è riconosciuto ora, non fu una semplice arringa difensiva: fu un’intimidazione, un vero messaggio di morte rivolto a Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione del Mattino.
Saviano non ha mai dimenticato. «Bidognetti è lo stesso che, per salvarsi dai sicari della NCO, usò come scudo umano una ragazza di 25 anni, Filomena Morlando», ha ricordato in aula. E indicando il monitor: «Guardatelo. È in maniche corte. Se avesse voluto solo apparire, si sarebbe vestito meglio. Ma per lui le udienze sono ore d’aria. Non ne ha mai saltata una in 30 anni di 41bis».
Quasi vent’anni sotto scorta — Gomorra, il suo romanzo d’esordio, è del 2006 e ha venduto oltre 10 milioni di copie — hanno lasciato cicatrici profonde. Saviano sembra esausto. «Mi hanno distrutto. E non sono riuscito a gestirlo. Ora il mio corpo dovrà essere sorvegliato ancora di più. Per anni c’è stato chi diceva che la scorta era un privilegio. Ma io sogno solo un po’ di libertà: una gita in moto, una passeggiata…».
A pochi passi, una ragazza romana, Claudia, gli dice sottovoce: «Te la compro io la moto, Roberto». Ma la commozione resta.
Poi il ricordo torna a quel marzo del 2008, quando tutto cambiò. «Era il 18 marzo, quattro giorni dopo il proclama. Avevo già due uomini di scorta. All’improvviso, l’autista cambiò strada: mi portarono via, su un’isola, senza bagagli. Il pericolo era imminente, la Procura lo sapeva. Mi cercava Giuseppe Setola, ‘o Cecato, il killer della strage dei ghanesi».
Per questo, quella di ieri è per Saviano «la sentenza più importante della mia vita». Perché, come ha sottolineato, «mai prima d’ora si era visto un tribunale in cui i boss, con i loro legali, prendessero di mira il giornalismo — non la politica — come responsabile delle loro condanne».
E proprio la politica, ieri, brillava per la sua assenza. «Avete visto qualcuno in Aula? C’era forse la politica? Io non l’ho vista», ha concluso lo scrittore, amaramente.
