Estorsione in azienda: l’allarme degli esperti. Intervista al dr. Prosdocimo: “Ecco i segnali che nessuno vede”


L’estorsione ai danni dei lavoratori non è un fenomeno marginale né circoscritto a settori “a rischio”: può annidarsi in qualsiasi contesto produttivo, spesso mascherata dietro dinamiche di potere, necessità economica o semplici prassi aziendali ritenute, a torto, “normali”.

Secondo il dott. Stefano Prosdocimo, consulente del lavoro e titolare dello Studio Prosdocimo, questo tipo di abuso si presenta oggi in forme sempre più sofisticate e difficili da intercettare, ma lascia comunque tracce chiare per chi sa leggerle. Abbiamo intervistato il dr. Prosdocimo per capirne di più su queste novità:

Dr. Prosdocimo quali sono i primi segnali di un possibile comportamento estorsivo nei confronti del lavoratore?
“Nella mia esperienza – spiega Prosdocimo – i segnali non sono quasi mai espliciti. Anzi, spesso si nascondono dietro una dinamica di potere alterata o dietro piccole “tolleranze” che nel tempo scivolano verso l’illiceità. Tra gli indicatori più ricorrenti noto: pressioni costanti ad accettare deroghe di fatto al contratto, straordinari non pagati, riduzioni di orario imposte oralmente, comunicazioni non tracciate che modificano mansioni o retribuzione. A ciò si aggiunge l’uso sistematico del bisogno economico come leva per ottenere il silenzio o il consenso. Il primo campanello d’allarme? Una discrepanza costante tra contratto, buste paga e prassi operativa: è lì che spesso si annida la condotta potenzialmente estorsiva”.

Quali rischi corre un’azienda che mette in atto, o tollera, queste pratiche?
“I rischi sono molteplici e non solo penali. Oltre alla responsabilità personale dell’imprenditore o del dirigente, l’intera azienda può subire danni pesantissimi: risarcimenti, reintegrazione del dipendente, perdita di agevolazioni contributive e, nei casi più gravi, persino interdizione dai rapporti con la Pubblica Amministrazione. Sul piano economico l’effetto indiretto può essere devastante: aumento del fatturato, crollo della fiducia interna, calo della produttività. E poi c’è il danno reputazionale: oggi la trasparenza retributiva e la compliance etica sono parte integrante del valore d’impresa. Le aziende che violano questi principi pagano un prezzo altissimo”.

Quali strumenti concreti possono adottare un’azienda per prevenire queste derivazioni?
“Servono tre mosse: Attivare procedure di segnalazione, creando canali sicuri e anonimi per le segnalazioni. Formare responsabilità del personale e preposti, spiegando la differenza tra gestione legittima e condotta abusiva. Coinvolgere il consulente del lavoro nella governance, non solo per gli adempimenti: la sua presenza tecnica può prevenire le derivate illeciti e mantenere l’equilibrio tra gli interessi delle parti”.

Nel Mezzogiorno il rischio è più alto? E quali sono le buone prassi che stanno emergendo?
«Nel Sud Italia – afferma Prosdocimo – ci sono fragilità storiche: prevalenza di microimprese, assenza di strutture HR, rapporti personali molto stretti che talvolta scoraggiano la denuncia. Ma non bisogna generalizzare. Anzi, proprio nel Mezzogiorno stanno nascendo esperienze virtuose: reti di imprese etiche che adottano codici di condotta condivisi, collaborazioni tra ordini professionali e associazioni datoriali per diffondere la cultura della legalità, progetti territoriali che legano gli incentivi pubblici al rispetto di parametri etico-occupazionali. La vera prevenzione – conclude Prosdocimo passa dalla maturazione di una cultura della correttezza contrattuale e della dignità del lavoro.»

    Insomma, l’estorsione in ambito lavorativo non è solo una questione giudiziaria, ma sociale e culturale. La figura del consulente del lavoro, come ricorda il dr. Stefano Prosdocimo, diventa così un presidio fondamentale: un equilibrio tra norme, azienda e lavoratore, e una garanzia contro abusi che danneggiano non solo le persone ma l’intero sistema produttivo.


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