L’antica credenza delle Janare e i tanti metodi per tenerle lontane!

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Janare, fattucchiere, megere, veggenti… la Campania pullula di credenze legate all’affascinante mondo delle streghe, donne depositarie di antichi saperi, occulti e misteriosi, collegati ad altri mondi e ad altre realtà. Non è difficile incontrare ancora oggi, soprattutto nei piccoli paesi e nelle realtà di provincia, anziani pronti a giurare di aver visto, almeno una volta nella vita, uno strano essere femminile aggirarsi di notte, completamente nudo, con fare lugubre e misterioso. Basti pensare alle zone del Beneventano che, tutt’oggi, rappresentano una vera miniera di preziosissime informazioni sull’argomento.

Nel napoletano, così come in tutta la Campania, la strega ha un nome preciso,nato negli ambienti contadini del Sannio, legato all’antichissimo mito di Diana e delle sue sacerdotesse: le Janare, appunto!

Figure affascinanti e temute, simbolo del male ed in alcuni casi della conoscenza, le Janare sono ancora oggi protagoniste di numerose storie tramandate oralmente da generazione in generazione, storie che nel susseguirsi degli anni, hanno contribuito a creare nell’immaginario locale un’idea di reverenziale rispetto nei confronti del mondo dell’occulto.

streghe

Che siano vecchiette ricurve, esperte conoscitrici di rimedi e piante officinali o donne bellissime e spietate che hanno venduto la loro anima al demonio, un dato è certo, le Janare incutono ancora oggi grande paura e temibile rispetto. Pare che questa strana figura fosse solita aggirarsi nelle campagne, in prossimità delle stalle e cavalcare i cavalli per tutta la notte, arrivando perfino ad ucciderli per la troppa fatica.

Nell’immaginario collettivo le Janare, così come le classiche streghe, pur essendo dotate di poteri magici ed occulti, altro non erano che donne normali, vicine di casa o conoscenti del paese, che medianti rituali occulti vendevano la propria anima al diavolo. Anche nella vita quotidiana, così come in quella notturna, erano donne acide e cattive, particolarmente schive e taciturne.

Per evitare che queste si avvicinassero agli abitanti della casa, le donne prima di andare a dormire, erano solite posizionare davanti alla porta di ogni camera da letto una scopa di miglio capovolta perché, secondo le credenze dell’epoca, le Janare avrebbero trascorso la notte a contarne i rametti.

Questo complicato e lunghissimo rituale serviva a distrarre le streghe che, di frequente, perdendo il conto erano costrette a ricominciare da capo, così fino all’alba. Per la stessa ragione non era infrequente trovare sui davanzali delle finestre, ceste pieni di gomitoli di lana aggrovigliati, o piccoli sacchetti di sale. Pare infatti che di base vigesse lo stesso principio, anche in questo caso le streghe non avrebbero potuto attraversare le finestre fino al completo svolgimento del compito.

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Si narra di formule magiche capaci di neutralizzare il loro effetto malefico, filastrocche arcaiche, recitate per “acciuffarle” nel buio della notte: “Janara janara ca ‘e notte me piglie, te piglio pô vraccio e te tiro ‘e capille“! Grazie a questa piccola formula, la donna sarebbe stata costretta a rendersi visibile agli occhi della gente, perdendo per sempre il suo potere. Ma stando ai racconti popolari, le Janare potevano anche trasformarsi in esseri riconoscenti e capaci di gratitudine. Se si faceva loro un favore, infatti, non avrebbero toccato alcun membro della famiglia fino alla settima generazione!

Pare che, per scoprire l’identità della Janara, ci fosse anche uno strano rituale in uso in particolar modo nelle zone dell’alto casertano, bisognava riempire un bicchiere di sale, gettarne un pizzico in terra e pronunciare la frase “Vieni pe’ sale“, in questo modo la donna si sarebbe dovuta presentare all’indomani chiedendo, appunto, un bicchiere di sale!

Le leggende che ruotano intorno a questo magico mondo contadino fatto di riti, filastrocche stregate ed energie ultraterrene, ci raccontano in realtà la presenza (tutt’ora in vita) di un mondo antico e ammaliante fatto di credenze forse assurde, che rappresentano, però, la parte più genuina di una cultura contadina che sta pian piano scomparendo.

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