“La Preside” e narrazione tossica del Sud: colonialismo culturale e inferno del degrado
Gen 20, 2026 - Francesco Pipitone
Luisa Ranieri ne "La Preside"
La fiction La Preside, in onda su Rai 1, viene celebrata come un racconto di coraggio civile e riscatto. Ed è proprio qui che nasce il problema: non nella qualità della storia individuale, ma nel quadro narrativo in cui viene inserita. Ancora una volta Napoli e la sua provincia diventano lo sfondo obbligato dell’“inferno da salvare”, il luogo degradato che serve per far risplendere l’eroe di turno.
È uno schema ormai logoro eppure ripetuto con ostinazione: Sud uguale emergenza, popolazione ridotta a massa informe da educare, redimere, spiegare. Gente che non parla ma urla, che non pensa ma reagisce, che non conosce diritti e legalità se non quando qualcuno glieli illustra dall’alto.
Caivano come metafora eterna dell’inferno
Il punto non è Caivano in sé, né la storia della preside. Il punto è che Caivano diventa ancora una volta metafora totale: non un luogo reale, complesso, vivo, ma un simbolo televisivo degli “Inferi”. Un dispositivo narrativo che serve a confermare un pregiudizio nazionale sul Sud e, in particolare, su Napoli e la Campania.
Finché la provincia napoletana e meridionale verrà raccontata solo così, l’Italia non guarderà mai al Sud come a una risorsa, ma sempre come a un problema. Un territorio da commissariare, da salvare, da compatire. Mai come un motore di energia sociale, culturale, economica. Mai come una parte adulta del Paese.
L’eroe e il popolo da educare
Emblematica è la retorica dell’eroe: “Tu sei l’esempio di un Sud buono, sei un eroe”. Una frase che sembra un complimento, ma che in realtà tradisce tutto. Perché se esiste un “Sud buono”, allora esiste implicitamente un Sud cattivo, arretrato, da cui prendere le distanze. Un Sud che deve ringraziare per ogni gesto di normalità.
Il sottotesto è sempre lo stesso: basta poco per essere virtuosi, basta fare uno scontrino, rispettare una regola minima, per diventare eccezione. E mentre Napoli viene messa alla gogna per il caffè senza ricevuta, restano accuratamente fuori campo i grandi scandali industriali, finanziari e istituzionali che hanno dissanguato il Paese ben lontano dal Vesuvio.
La scena della carrozzina e il Sud come “indigeno”
Ancora più inquietante è la scena della carrozzina per disabili: il ragazzo che scopre, grazie alla preside, che esistono diritti e che basta fare una domanda allo Stato. Una rappresentazione che sa di colonialismo culturale. Il messaggio è chiaro: il meridionale come “buon selvaggio”, incapace di comprendere concetti complessi come Stato e diritti, ma educabile se guidato nel modo giusto.
Una narrazione che assolve il potere
La Preside non disturba il potere, lo assolve. Sposta l’attenzione dai meccanismi sistemici alle colpe individuali, dai disastri delle politiche pubbliche ai comportamenti dei singoli. Così il Sud resta il problema, mai la vittima di scelte precise.
È anche per questo che una parte di Napoli applaude e un’altra, quella che conosce davvero la città, respinge questa narrazione con fastidio. Perché non c’è nulla di emancipatorio in una fiction che continua a raccontarti come “na carta sporca” da ripulire. E forse il vero atto rivoluzionario, oggi, sarebbe smettere di chiedere grazie per l’elemosina narrativa e pretendere finalmente rispetto.
