Marfella su Bagnoli: “Vincerà la bonifica o i 52mila posti barca per evasori fiscali?”

Marfella sulla bonifica a Bagnoli


Da decenni Antonio Marfella combatte una guerra solitaria contro il silenzio. Oncologo dell’IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli, presidente dell’ISDE (Associazione dei Medici per l’Ambiente), Cavaliere al Merito della Repubblica nominato dal Presidente Mattarella per la lotta alle ecomafie, Marfella è tra le voci scientifiche più autorevoli e scomode del panorama meridionale. La sua ultima denuncia, affidata a un lungo post sui social, fotografa con chirurgica precisione le contraddizioni di una città capace di infiammarsi per una canzone e di restare muta davanti a quarant’anni di veleni.

Il bersaglio della sua analisi è duplice: da un lato l’informazione napoletana, travolta dalla polemica su Sanremo e dai selfie vicino alla bara del piccolo Domenico Caliendo; dall’altro il sistema politico-istituzionale che per decenni ha impedito che i cittadini di Bagnoli e Napoli Est conoscessero i dati reali sulla loro salute. “Non lo doveva sapere nessuno”, scrive Marfella. Una frase che suona come un atto d’accusa e come una confessione al tempo stesso.

Bagnoli: la bonifica che non c’è mai stata

L’Italsider è spenta da trent’anni. Ma i veleni sepolti nella colmata a mare di Bagnoli continuano, secondo Marfella, a uccidere chi ci vive accanto. Lo Stato italiano ha stanziato oltre 400 milioni di euro per la bonifica, senza che la bonifica sia mai avvenuta davvero. Ora, con la prospettiva dell’America’s Cup 2027 che porta 1,2 miliardi di euro per trasformare il golfo in uno specchio per ricchi armatori, Bagnoli viene sacrificata sull’altare dei posti barca: 52mila quelli richiesti, secondo il medico, in gran parte da “evasori fiscali”. Una chiara iperbole che ha lo scopo di rafforzare la propria denuncia, vista l’enorme preoccupazione sulle condizioni di salute e vivibilità dei bagnolesi. Non si sa, infatti, chi aspira ai posti in barca.

Il confronto è impietoso e volutamente provocatorio: da una parte 52mila richiedenti posto barca, dall’altra 35mila bagnolesi che per quarant’anni non hanno saputo come, quanto e perché si ammalavano e morivano di cancro e mesotelioma più di chiunque altro nella stessa città. “L’esito sembra scontato”, scrive Marfella. E non è un’iperbole.

La vittoria in Prefettura e i dati che mancavano

Il 27 febbraio 2026, dopo anni di battaglie condotte “da soli e contro tutto e tutti”, Marfella e i suoi alleati hanno ottenuto un risultato che definisce storico: la ASL Napoli 1 ha preso l’impegno formale di produrre entro 60 giorni i dati di incidenza e mortalità per cancro suddivisi per distretto sanitario. Per la prima volta, sarà possibile confrontare i dati di chi vive a Bagnoli e Napoli Est con quelli di chi vive a Posillipo o al Vomero. Dati che avrebbero dovuto esistere da decenni e che, evidentemente, qualcuno preferiva non vedere circolare.

Perché questi dati mancavano? Marfella non ha dubbi: la loro assenza era funzionale a un sistema che non voleva che i cittadini delle aree più inquinate della città conoscessero la propria condizione. Napoli, ricorda il medico, è la capitale italiana dell’inquinamento da biossidi di azoto — peggio di Milano — con un porto che brucia carburante senza elettrificazione delle banchine e un aeroporto nel cuore della città. Quattro napoletani al giorno, secondo le sue stime, muoiono per cause direttamente riconducibili all’inquinamento dell’aria.

Il cortocircuito dell’informazione: Sanremo batte l’amianto

Nel post che ha circolato nelle ultime ore, Marfella punta il dito contro qualcosa che va oltre la politica: il dominio dei social come “arma di distrazione di massa più potente di una bomba atomica”. Mentre Napoli si divideva sulle parole di Aldo Cazzullo contro Sal Da Vinci vincitore di Sanremo, e mentre gli influencer napoletani si contendevano il selfie più visibile ai funerali del piccolo Domenico, nessuno — o quasi — parlava di Bagnoli, dei bambini malformati da inquinamento (Napoli è seconda solo a Priolo-Siracusa nella classifica nazionale delle malformazioni neonatali da contaminazione ambientale, secondo il Progetto Sentieri dell’ISS), dei polmoni bruciati dai fumi del porto a Napoli Est.

Il paradosso è geografico prima che mediatico: chi vive a Posillipo e si affaccia sul golfo più bello del mondo guarda sotto di sé i fumi che uccidono i napoletani di Napoli Est senza sentirsi chiamato in causa. Scampia ha più verde del Vomero, eppure ci si ammala e ci si muore di più. I dati di incidenza e mortalità per cancro delle zone operaie di Napoli vengono equiparati a quelli dell’isola di Capri. Tutto questo, denuncia Marfella, è stato possibile solo grazie all’assenza sistematica di dati pubblici e a un’informazione che ha preferito i like alle autopsie epidemiologiche.


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