Morte Domenico, l’Arcivescovo: “Gli accarezzavo la manina e lui versava una lacrima”
Mar 04, 2026 - Veronica Ronza
L’Arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha fornito un commovente racconto sugli ultimi momenti di vita del piccolo Domenico, il bambino di soli 2 anni morto all’ospedale Monaldi a seguito di un trapianto fallito.
L’Arcivescovo Battaglia su Domenico: “Versava lacrime”
Don Battaglia più volte si è recato in ospedale per far visita al piccolo Domenico e alla sua mamma. Anche al momento del decesso è giunto al nosocomio per sostenere la famiglia e salutare per l’ultima volta il bambino.
“C’è qualcosa che porto nell’anima e stento a descrivere. Ogni volta che accarezzavo la sua manina, Domenico, anche nel silenzio del coma, versava una lacrima. Una sola. Trattenuta a fatica, come un segreto che il corpo non riesce a custodire. Come se quella carezza raggiungesse un luogo che nessun farmaco sa addormentare davvero: quel centro ultimo dove la persona, tutta intera, non smette mai di amare e di essere amata. Era la sua voce. Era il suo ‘ci sono’. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole dette ad alta voce” – ha raccontato l’Arcivescovo, come reso noto da Il Corriere.
“C’era una soglia attraversata, un filo sottilissimo tra due mondi che non si spezza, ma vibra. Io lo sentivo. Non con le orecchie, ma con qualcosa di più antico: con quella parte di noi che riconosce l’altro anche quando l’altro non può rispondere. Una carezza e una lacrima: un alfabeto fatto di pelle, di silenzi, di attesa, di acqua pura. Non sapevo se mi sentisse. Non sapevo dove fosse la sua coscienza in quel mare immobile. Ma sapevo che qualcosa arrivava. Perché il corpo non mente quando l’anima viene toccata.
Una lacrima sola. Mai un pianto. Mai uno scatto. Solo quel segno leggero, come un ‘sì’ sussurrato”.
“Forse la medicina misura i parametri, i riflessi, le reazioni. Ma c’è un luogo che non si lascia monitorare: quello in cui la persona è ancora relazione, ancora legame, ancora storia. Lì, Domenico non era un corpo in coma. Era un figlio. Il figlio di Patrizia e Antonio. Era mio, nostro figlio. E io, accarezzando quella manina, sentivo che non stavo solo consolando lui. Stavo imparando qualcosa sull’essere umano. Che c’è un nucleo inviolabile che non si spegne facilmente. Che la coscienza forse si assottiglia, ma la relazione resta come un’impronta indelebile. Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri“.
