Camorra a Sanremo. Quando la critica musicale diventa pregiudizio meridionalista
Mar 04, 2026 - Redazione
Sal Da Vinci a Sanremo
La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con “Per sempre sì” ha scatenato, come prevedibile, il dibattito sul valore artistico della canzone vincitrice. È un rito consolidato: ogni anno, il giorno dopo la proclamazione del vincitore, si aprono le discussioni sul merito, sul gusto, sulla rappresentatività del risultato. Tutto legittimo, tutto fisiologico. Quello che non è né legittimo né fisiologico è il tipo di critica che Aldo Cazzullo ha scelto di articolare sulle pagine del Corriere della Sera.
Il vicedirettore del quotidiano milanese ha scritto che la canzone vincitrice “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Una frase che ha fatto il giro del web e delle radio campane, suscitando reazioni di indignazione trasversali. Eppure, a ben guardare, la vera notizia non è la polemica in sé — le polemiche post-Sanremo sono una tradizione italiana quanto il festival stesso — ma la natura profonda di quell’affermazione e ciò che rivela di un certo modo di guardare al Sud nel dibattito culturale nazionale.
Il problema non è il giudizio estetico
Va detto con chiarezza: criticare una canzone è legittimo. I gusti musicali sono soggettivi, il dibattito sul valore artistico è sano e necessario in una democrazia culturale. Si può sostenere che “Per sempre sì” non rappresenti il meglio della tradizione melodica italiana, si può preferire sonorità diverse, si può persino argomentare che il televoto premi talvolta la popolarità sull’originalità. Tutto questo appartiene al normale esercizio della critica.
Il problema nasce quando la critica estetica non si regge sulle proprie gambe e cerca sostegno nell’evocazione della criminalità organizzata. Cazzullo non ha scritto che la canzone è armونicamente povera, o che il testo è banale, o che la melodia è derivativa. Ha scritto che suona come la colonna sonora di un matrimonio camorristico. Il salto logico è enorme, e non è casuale.
Un meccanismo antico
Quel tipo di associazione — cultura popolare meridionale, e in particolare napoletana, evocata insieme alla criminalità — non nasce nel 2026. Ha radici lunghe, che affondano in una certa tradizione culturale e giornalistica italiana che ha sempre faticato a guardare al Mezzogiorno senza il filtro del pregiudizio. È lo stesso meccanismo per cui per decenni la musica neomelodica napoletana è stata liquidata come espressione di un sottobosco criminale, anziché essere analizzata come fenomeno culturale complesso, radicato in una tradizione popolare ricchissima.
In questo schema interpretativo, quando qualcosa di napoletano ottiene successo su scala nazionale — e persino internazionale — scatta quasi un riflesso condizionato: o si cerca di ridimensionarlo, o lo si riconduce a dinamiche oscure. Non si contempla semplicemente che possa essere apprezzato per quello che è.
Il paradosso del successo popolare
Sal Da Vinci non ha vinto per decreto. Ha vinto perché milioni di italiani — non solo meridionali, non solo napoletani — lo hanno votato, ascoltato, scelto. Il pubblico in sala lo ha premiato. Il voto televisivo lo ha incoronato. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi si prepara a consegnargli la medaglia della città. Sono segnali che raccontano qualcosa di reale su come una parte consistente del paese sente e vive la musica.
Cazzullo, invece di interrogarsi su questo fenomeno, sceglie di liquidarlo con una battuta che dice più di lui che della canzone. Scrive che l’Italia è diventata un paese in cui “chiunque può fare qualsiasi cosa”, portando Sal Da Vinci come esempio di deriva. Eppure non sembra chiedersi come mai, da decenni, in Italia chiunque possa scrivere di Sud sulle grandi testate nazionali senza conoscerlo davvero, senza rispettarne la complessità, senza fare i conti con il proprio pregiudizio.
Il danno culturale
Il punto più grave non è la singola frase, ma ciò che essa normalizza. Quando un giornalista di quella visibilità, su una testata di quella autorevolezza, accosta senza imbarazzo la cultura napoletana alla camorra per fare un punto critico su una canzone, sta contribuendo a tenere in vita uno stereotipo dannoso. Sta dicendo, implicitamente, che quell’associazione è accettabile, comprensibile, persino efficace retoricamente.
E il fatto che nessuno in redazione abbia ritenuto necessario intervenire prima della pubblicazione dice qualcosa sullo stato del dibattito culturale italiano sul Mezzogiorno. Non si tratta di censurare le opinioni, ma di riconoscere quando una critica smette di essere critica e diventa qualcos’altro: il riflesso automatico di un pregiudizio che, evidentemente, non si è ancora del tutto deciso a mettere in discussione.
