Mattarella e Nordio graziano Nicole Minetti: condanna cancellata per la protetta di Berlusconi

Mattarella concede la grazia a Nicole Minetti


C’è una storia che racconta molto dell’Italia e dei suoi meccanismi di potere. È la storia di Nicole Minetti, igienista dentale diventata consigliera regionale grazie alle “simpatie” di Silvio Berlusconi, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato, e oggi graziata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il parere favorevole del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione, ma non sconterà neppure un giorno.

La motivazione ufficiale è quella delle “esigenze familiari”. Una formula burocratica che, applicata a questo caso specifico, lascia più di qualche interrogativo aperto.

Nicole Minetti, una carriera costruita sui favori

Per capire chi è Nicole Minetti bisogna partire dall’inizio. Notata da Berlusconi quando lavorava come hostess presso uno stand Publitalia all’EICMA, la donna entra nelle sue grazie al punto che la sua candidatura nel listino regionale della Lombardia viene descritta come “voluta a ogni costo” dall’allora Presidente del Consiglio. Zero esperienze politiche pregresse, nessun cursus honorum degno di nota: la svolta arriva nel 2010, quando si candida alle elezioni regionali della Lombardia con una candidatura voluta da Berlusconi stesso.

Il salto dalla poltrona di igienista dentale a quella di consigliera regionale è fulmineo e rumoroso. All’interno del PdL non mancano le proteste, ma la volontà dell’ex Cavaliere prevale su tutto. È la politica italiana nella sua versione più cruda: il merito non conta, contano le “simpatie”.

Condanne definitive, gravissime

Le simpatie, però, non bastano a evitare la giustizia — o almeno non del tutto. La Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 2 anni e 10 mesi nel processo Ruby bis, con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione per le serate nella villa di Berlusconi ad Arcore. Non si tratta di un reato minore o di una questione tecnico-amministrativa: si parla di favoreggiamento della prostituzione, un crimine che la magistratura ha ritenuto ampiamente provato in tutti i gradi di giudizio.

A questo si somma la vicenda della Rimborsopoli lombarda. Tra il 2008 e il 2012, i politici coinvolti nell’inchiesta si sarebbero fatti rimborsare con denaro pubblico spese personali per un totale di circa tre milioni di euro. Tra le voci di spesa spiccavano cartucce da caccia, gratta e vinci, cene da centinaia di euro e persino una copia del libro “Mignottocrazia”, acquistata dalla Minetti con fondi pubblici. Per questa vicenda, l’ex consigliera ha patteggiato un anno e un mese in continuazione con i 2 anni e 10 mesi del Ruby bis. La pena complessiva definitiva ammonta così a 3 anni e 11 mesi di reclusione.

Nemmeno un giorno di cella

Ciò che colpisce non è solo la gravità dei reati, ma il fatto che la condannata abbia inoltrato domanda di grazia presidenziale, con parere favorevole del procuratore e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che hanno rilevato “necessità di provvedere a esigenze familiari”. Il risultato è che una persona condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato ai danni dei contribuenti non ha mai messo piede in carcere e, grazie al decreto presidenziale, non lo farà mai.

La vicenda Minetti è uno specchio fedele di un sistema in cui le protezioni politiche non si esauriscono con la fine del potere di chi le ha erogate. Nei processi Ruby ter era emerso che Berlusconi versava mensilmente a Minetti 15.000 euro direttamente dal proprio conto corrente personale. Un legame economico e politico che ha attraversato indagini, processi e condanne senza mai spezzarsi davvero.

Oggi quella protezione assume una forma nuova: una firma sul decreto di grazia. Chi ha beneficiato per anni dei favori di uno degli uomini più potenti d’Italia continua, in qualche modo, a beneficiare di un trattamento che i comuni cittadini non potrebbero nemmeno immaginare. La giustizia, si dice, è uguale per tutti. Ma in Italia, evidentemente, qualcuno è più uguale degli altri.


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