Morte di Fakir, cosa sappiamo finora: la bodycam, l’intervento degli agenti e lo “scudo penale”
Lug 22, 2026 - Francesco Pipitone
Morte di Fakir durante un fermo di polizia
Sin qui l’unica certezza sulla morte del 43enne Abderrahim Fakir è questa: aver chiesto «aiuto» e aver detto «basta» mentre due poliziotti e un uomo a torso nudo lo tenevano immobilizzato a terra, mani e piedi legati con fascette di plastica, non è bastato a far intervenire nessuno. Non i sanitari della Croce Rossa, pure presenti sul posto. Non i vicini di via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord-est di Bologna, che dalle finestre riprendevano la scena con i telefoni.
Il filmato che ha circolato in tutto il mondo via social colpisce non solo per la violenza di ciò che mostra, ma per la lentezza dell’agonia: il tempo non passava mai, mentre Fakir smetteva lentamente di lamentarsi. E poi di respirare.
Cosa dicono le indagini: lo “scudo penale”
La procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ma con una particolarità introdotta dall’ultimo decreto sicurezza: si tratta di un «modello 45 bis», per cui non si può parlare di “registro degli indagati” ma di “annotazione preliminare”. I due agenti e i quattro sanitari della Croce Rossa non sono, tecnicamente, indagati. È il cosiddetto scudo penale – processuale, in realtà – per le forze dell’ordine: se entro trenta giorni non emergono elementi a loro carico, il pubblico ministero dovrà chiedere l’archiviazione. Le perizie disposte — autopsia, esami tossicologici, analisi dei video, compresa la bodycam di uno degli agenti — permetteranno però di allungare i termini fino a 120 giorni.
Al momento nessun provvedimento di sospensione è scattato: il capopattuglia, 28 anni, è in licenza; l’altro agente, 23 anni, è in malattia con una prognosi di dodici giorni per un morso ricevuto durante il fermo.
L’origine dell’intervento e i dubbi sui soccorsi
A chiamare il 112 — tre o quattro volte, secondo i sindacati di polizia — sono stati gli stessi residenti di via Svevo, perché Fakir, in stato di alterazione dopo essersi aggirato per decine di minuti in stato confusionale, se la stava prendendo con un’automobile e aveva una ferita al capo, apparentemente autoinflitta contro una serranda. Gli agenti, una volta sul posto, avrebbero segnalato al 118 una «crisi psichiatrica»: da qui l’arrivo dei quattro soccorritori della Croce Rossa.
È qui che si apre il nodo più delicato del caso: con l’aiuto di un residente, gli agenti hanno immobilizzato Fakir a terra, mentre i sanitari — secondo la ricostruzione della famiglia — non si sono mossi se non quando ormai era troppo tardi, e l’ambulanza con i medici è arrivata solo per constatare il decesso. A maggio, una circolare del Viminale aveva diffuso alle questure «linee guida per la gestione delle persone non collaborative», su come contenerle e «renderle inoffensive»: stabilire se l’intervento — due agenti a schiacciare il corpo di un uomo già ammanettato e ferito, un terzo a tenergli le gambe, e uno spray urticante spruzzato in faccia a distanza ravvicinata mentre l’uomo era a terra e si lamentava — sia stato conforme a quelle linee guida è ora uno dei punti centrali dell’inchiesta.
La versione della difesa degli agenti
Di segno opposto la ricostruzione fornita da Gabriele Bordoni, legale dei due poliziotti, dopo un colloquio di tre ore nel suo studio: gli agenti sarebbero «sconvolti, addolorati, attoniti», due «ragazzi» chiamati a un «banale intervento sfociato in una tragedia». Secondo l’avvocato, nel video «non si nota nulla di esuberante»: se ci fosse stato un uso improprio della forza, sostiene, sarebbero partiti insulti e contestazioni dai residenti che filmavano, e non l’aiuto concreto di «quattro o cinque cittadini» scesi in cortile. Anche il silenzio dei sanitari, per Bordoni, sarebbe indice che «nulla di macroscopico» stesse accadendo davanti ai loro occhi — una lettura che si scontra frontalmente con quella della famiglia, per cui proprio quell’inerzia dei soccorritori è ciò che va spiegato.
Sulla bodycam, il legale precisa che il capopattuglia la indossa abitualmente «da diverso tempo», e che l’averla accesa fin dall’inizio — venti minuti di ripresa, a partire da quando Fakir avrebbe spintonato un uomo e colpito un’auto con un pugno — sarebbe la prova che non vi fosse intenzione di agire in modo anomalo. Fino a quel momento, sostiene sempre Bordoni, il contenimento era stato «di tipo verbale».
Sindacati, avvocati e il clima in città
Il caso arriva in una Bologna già tesa dopo gli scontri di lunedì sera in piazza Maggiore tra manifestanti e forze dell’ordine. I sindacati di polizia respingono ogni paragone con altri casi noti alle cronache: per Domenico Pianese (Coisp) «le parole della politica avrebbero dovuto essere più caute», visto che gli agenti sono intervenuti dopo ripetute chiamate al 112. Giuseppe Tiani (Siap) parla di «scoraggiamento» tra i colleghi «additati come fossimo milizie al soldo della politica», e definisce «fuori luogo» il parallelo con il caso Cucchi, perché lì si trattava di una detenzione, qui di un tentativo di ammanettamento in luogo pubblico. Oscar Regnaud Carcas (Fsp-Bologna) ricorda che «la verità si accerta in aula, e non sui social o in piazza».
Di segno diametralmente opposto la posizione della famiglia, che ha affidato il caso a Fabio Anselmo, l’avvocato che ha seguito i casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva. «Spero di non rivedere un film già visto», ha dichiarato, chiedendo che le indagini vengano condotte «da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte», come richiesto dalla Cedu. Barbara Spinelli, che è stata a lungo avvocata di Fakir, rovescia la domanda che in questi giorni circola sul suo conto: «Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita».
Chi era Abderrahim Fakir
Nato in Marocco, in Italia da quando aveva sette anni, Fakir era titolare di una piccola azienda di traslochi. Soffriva di asma e aveva qualche problema cardiaco. Aveva alcuni piccoli precedenti per droga, resistenza e violazione dei termini di custodia — dettagli che, notano i suoi legali, sono già stati messi in circolo per costruirne un’immagine di pericolosità, mentre resta aperta la domanda centrale: cosa sia realmente accaduto, minuto per minuto, nelle mani di chi era incaricato di soccorrerlo e contenerlo.
