Carte napoletane: perché sono quaranta e cosa c’entra l’aquila sull’asso di denari

da AI


Quaranta carte, quattro semi e un’aquila coronata sull’asso di denari, che fino al 1972 portava la marca da bollo dell’imposta sulle carte da gioco.

Il mazzo napoletano si chiude a quaranta carte, dieci per ognuno dei quattro semi, cioè denari, coppe, spade e bastoni. La numerazione corre dall’asso al sette, poi arrivano le tre figure, e ognuna occupa una posizione precisa nella scala: il fante vale otto, il cavallo nove, il re dieci.

Queste carte appartengono alla famiglia dei semi latini di tipo spagnolo, e a Napoli sono arrivate nel Cinquecento, quando la città stava sotto dominazione spagnola. Da lì viene il disegno delle spade, corte e diritte, che le distingue dai mazzi del nord. Sull’origine dei quattro semi circola un’ipotesi molto ripetuta, che li legge come uno specchio delle classi medievali, con le coppe per il clero, i denari per i mercanti, le spade per i soldati e i bastoni per i contadini. Resta un’ipotesi, non una ricostruzione documentata.

Fra i giochi che si fanno con questo mazzo il sette e mezzo è quello che a Napoli si tira fuori a Natale. Si gioca contro il banco, che distribuisce le carte e parla per ultimo, e a parità di punteggio il banco vince sempre. Le figure valgono mezzo punto, il re di denari fa da matta e prende il valore che serve a chi lo tiene, e chi supera il sette e mezzo sballa ed esce dalla mano. La posta si concorda prima di distribuire, e sul tavolo di casa è quasi sempre una moneta.

Quella posta concordata è la prima cosa che il gioco a distanza ha ripreso dal tavolo. Online la soglia d’ingresso non la decidono i giocatori ma l’operatore, e sui casinò con deposito minimo di 5 euro con concessione ADM parte da cinque euro, la stessa cifra che a sette e mezzo passa di mano in monete.

Claudio Poggi, che cura le schede sugli operatori con licenza ADM per I Migliori Casinò Online, guarda proprio a quella soglia. «È il primo numero da controllare, prima del bonus e prima del catalogo dei giochi, perché dice quanto costa provare una piattaforma senza impegnarsi», spiega.

Il pezzo più riconoscibile del mazzo resta comunque l’asso di denari, occupato da un’aquila coronata che a Napoli chiamano Polla. Nel ventre dell’aquila c’è un cerchio bianco, e quel cerchio non è un vezzo del disegnatore. Fino al 1972 ospitava la marca da bollo dell’imposta sulle carte da gioco, che lo Stato riscuoteva mazzo per mazzo. Abolito il bollo, il cerchio è rimasto vuoto.

Dal tavolo sono passati al parlato anche interi modi di dire, come è già capitato con mariuolo, con rattuso e con buonanotte ai suonatori. «Scarta frùscio e piglia primera» viene dalla primiera, un gioco quattrocentesco considerato un antenato del poker, dove il frùscio era la combinazione di quattro carte dello stesso seme. Rinunciare a una mano già buona per inseguirne una migliore finiva male abbastanza spesso, e il detto oggi si usa per chi peggiora la propria situazione mentre prova a sistemarla.

Anche «avere l’asso nella manica» si fa risalire a un tavolo da gioco, e non al significato elegante che gli diamo oggi. L’asso nella manica era la carta che il baro teneva nascosta nel polsino, pronta a comparire al momento utile.

Oggi il mazzo napoletano è uno dei tanti mazzi regionali italiani, accanto alle piacentine, alle siciliane, alle bergamasche e alle trevigiane, e ognuno porta il suo disegno e i suoi giochi. È però anche quello con cui in mezza Italia si impara il solitario, contando le carte a quattro file sul tavolo della cucina.


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