Referendum sull’Educazione Affettiva nelle scuole, quasi raggiunto il quorum: perché è giusto firmare

Scuola


Dal 6 agosto è ufficialmente partita la raccolta firme per il referendum abrogativo promosso dal comitato “Sì Educazione Affettiva nelle scuole”, e i numeri raccontano una mobilitazione fuori dal comune: oltre 40mila sottoscrizioni nel primo weekend, più di 106mila nei primi sei giorni, 340mila raggiunte nella prima settimana di settembre e, negli ultimissimi giorni, il superamento della soglia delle 480mila firme, a un passo dal quorum delle 500mila necessarie per arrivare al voto. Un segnale che qualcosa, nel Paese, si sta muovendo con decisione su un tema che tocca da vicino milioni di famiglie: il diritto dei ragazzi a crescere con gli strumenti giusti per costruire relazioni sane, rispettose e consapevoli.

Il quesito referendario punta all’abrogazione integrale della legge 9 giugno 2026, n. 104, entrata in vigore il 7 luglio, che ha introdotto il consenso informato preventivo per le attività scolastiche legate alla sessualità e all’affettività. La norma esclude del tutto questi percorsi nella scuola dell’infanzia e primaria, e nella secondaria li subordina a un’autorizzazione scritta dei genitori – o dello studente stesso, se maggiorenne – escludendo automaticamente chi non la presenta. Per i promotori del referendum, si tratta di un passo indietro che rischia di lasciare intere generazioni prive di un’educazione fondamentale, proprio nell’età in cui se ne ha più bisogno.

Una scuola che educhi al rispetto, non che giri lo sguardo altrove

L’argomento centrale della campagna è tanto semplice quanto potente: l’educazione affettiva e sessuale non è un optional ideologico, ma una componente essenziale della crescita, al pari dell’educazione civica o di quella alla salute. Lasciarla fuori dalla scuola, o subordinarla a un meccanismo di autorizzazione che rischia di escludere proprio i ragazzi che ne avrebbero più bisogno, significa consegnare l’argomento più delicato della loro formazione a fonti incontrollate: internet, i social, il passaparola tra coetanei, spesso privi di qualunque filtro educativo o base scientifica.

Un referendum trasversale, non ideologico

Uno degli aspetti più significativi della campagna è il suo carattere volutamente non partitico. Il comitato promotore, guidato dagli attivisti Fabrizio Marrazzo e Marina Zela insieme a un gruppo ampio di cittadini e associazioni, ha rivolto un appello esplicito anche a candidati ed elettori di centrodestra, ribadendo che il referendum “non è una richiesta di appartenenza partitica”, ma una scelta concreta sul modello di scuola che si vuole lasciare in eredità alle prossime generazioni. Un messaggio raccolto anche da amministratori locali di diverso orientamento, che hanno invitato i cittadini a “andare oltre le appartenenze politiche” per sostenere un’iniziativa che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe unire chiunque creda in una scuola capace di educare al rispetto, alla consapevolezza e alla libertà.

Va inoltre chiarito cosa il referendum non chiede: non punta a imporre un’educazione sessuo-affettiva obbligatoria e calata dall’alto, ma semplicemente a restituire alle scuole la facoltà – oggi fortemente limitata – di progettare questi percorsi all’interno dei Piani triennali dell’Offerta Formativa, nel rispetto dell’autonomia scolastica e, sostengono i promotori, nell’interesse primario di studentesse e studenti. Una richiesta di libertà educativa, più che di un obbligo calato sulle famiglie.

Come firmare e cosa succede ora

La sottoscrizione è possibile online, tramite SPID, direttamente sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, oltre che con le modalità tradizionali. Per arrivare al voto popolare, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione, il comitato deve raccogliere almeno 500mila firme valide entro i termini previsti dalla legge: con oltre 400mila sottoscrizioni già raccolte, l’obiettivo dichiarato dai promotori di chiudere la raccolta entro fine settembre appare ormai a portata di mano. Se il quorum verrà raggiunto, la consultazione referendaria si terrebbe nella finestra successiva alle prossime elezioni politiche.

Al di là dell’esito finale, la mobilitazione attorno a questo referendum sta già avendo il merito di riportare al centro del dibattito pubblico un tema troppo spesso relegato ai margini: il ruolo che la scuola può e deve giocare nella formazione affettiva dei più giovani, in un momento storico in cui violenza di genere, discriminazioni e difficoltà relazionali tra adolescenti restano problemi drammaticamente attuali. Firmare per questo referendum significa, per i suoi sostenitori, scegliere di non voltarsi dall’altra parte.


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