Bruno Leone, il maestro delle Guarattelle rivela Pulcinella: “Uno sciocco intelligente. È il tramite con l’Aldilà”
Mag 11, 2026 - Francesco Pipitone
Il maestro Bruno Leone con le sue guarattelle
C’è un posto a Napoli dove una ex fabbrica di borse è diventata un teatro. Si chiama Casa Guaratelle, e da qui Bruno Leone — architetto di formazione, burattinaio per vocazione e custode di una tradizione che rischiava di sparire per sempre — porta avanti da decenni una delle arti più antiche e fraintese della cultura partenopea: il teatro dei burattini con Pulcinella.
Ma attenzione: quello di Leone non è il Pulcinella da cartolina, né la maschera da carnevale da appendere in un negozio di souvenir. È qualcosa di molto più antico, molto più scomodo e tremendamente necessario — oggi più che mai.
L’ultimo erede di una tradizione che stava morendo
Prima di essere burattinaio, Bruno Leone era architetto. Credeva di poter cambiare il mondo attraverso le lotte politiche, poi ha cambiato idea. «Ho capito che pensare di cambiare il mondo può diventare una presunzione», racconta. «Pure i nazisti pensavano di cambiare il mondo. Le storie delle rivoluzioni poi si sono ribaltate».
L’incontro con il suo maestro — Nunzio Zampella, l’ultimo grande burattinaio napoletano della tradizione classica — è stato il punto di svolta. Quando Leone lo conobbe, Zampella aveva già smesso di esibirsi. Con lui rischiava di sparire un’intera tradizione: secoli di repertorio, di tecniche tramandate a voce e per imitazione, di un sapere che non esiste nei libri. «Sono rimasto colpito dall’idea che questa tradizione sparisse con lui», ricorda Leone. «È diventata come una specie di sfida farla rinascere».

Il primo spettacolo lo fece quasi per gioco, per degli amici. Piacque. Lo replicarono. Cominciarono a pagarlo. E così, quasi per caso, nacque un mestiere — e una missione. «Uno sfugge dalla realtà per diventare un fannullone e non far niente», dice Leone con ironia, «però questo fannullone e non far niente poi risulta essere una cosa utile dal punto di vista sociale. Quindi non è più un far niente, ma un far qualcosa».
Oggi Bruno Leone non è soltanto un burattinaio. È il principale depositario vivente del teatro delle Guaratelle, una forma d’arte che affonda le radici nel Seicento napoletano e che lui ha non solo conservato, ma reinventato, espanso, portato in giro per il mondo — dal Messico zapatista ai festival europei — senza mai tradirne lo spirito. Nel corso degli anni ha prodotto oltre sessanta testi diversi, rimescolando tradizione e invenzione. «Sono come elementi che, rimescolando, possono riproporre infinite storie», spiega. «La stessa cosa che succede con i tarocchi: non è una storia fatta di ventuno passaggi, ma infinite storie con la mescolanza di quegli stessi passaggi».
Casa Guaratelle: una fabbrica diventata laboratorio
Lo spazio si era liberato — una ex fabbrica di borse nel cuore di Napoli — e qualcuno disse che era perfetto per fare un teatro. Leone lo acquistò e nel tempo lo trasformò in qualcosa di unico: non solo un teatro, ma un laboratorio permanente di ricerca sul teatro delle Guaratelle.
«La strada ti porta a ripetere sempre il repertorio classico», spiega Leone. «Per la partecipazione ai festival si tende a portare le parti che funzionano meglio degli spettacoli, e quindi a fissare lo spettacolo. Invece questo spazio, che si rivolge soprattutto a un pubblico di napoletani più che di turisti, è diventato uno spazio di maggiore sperimentazione». Il risultato è stato capire che il repertorio tradizionale non era un canone fisso da preservare, ma un linguaggio.
Un luogo dove il pubblico torna — non una volta, ma tante — perché il teatro delle Guaratelle, come i tarocchi, si apprezza ancora di più alla seconda, alla terza visione. «Una parte del pubblico che viene qua torna con piacere più volte», osserva Leone. «È come se il teatro dei burattini si apprezzasse quando lo si rivede più volte. Non sempre nel teatro tu vedi uno spettacolo e te lo rivedi la seconda volta. Qui invece si crea un rapporto diverso».

Pulcinella il trickster: una figura che l’umanità continua a reinventare
Leone non accetta la lettura riduttiva di Pulcinella come simbolo di servilismo o come insulto popolare. La sua interpretazione è radicalmente diversa, e ha radici antropologiche profonde.
«Pulcinella appartiene a una categoria che gli antropologi chiamano trickster», spiega. «Sono quei personaggi apparentemente ambigui, apparentemente buffoni, che però sono quelli che hanno il rapporto con la divinità. È un tramite con l’Aldilà. Stanno in tutte le tradizioni questo tipo di personaggi, in culture che non erano entrate in contatto tra loro».
Il trickster è una figura universale: è Hermes nella mitologia greca, è il Coyote nelle tradizioni dei nativi americani, è il Matto dei tarocchi — il viandante che intraprende il viaggio senza sapere dove va, libero da ogni schema. Pulcinella appartiene a questa stessa famiglia archetipica. Non è una maschera nata a Napoli per caso: è una forma che l’umanità continua a produrre spontaneamente perché risponde a qualcosa di profondo.
A sostegno di questa tesi, Leone cita un bassorilievo in Guatemala. «C’è uno sciamano che suona il tamburo con una mano e con l’altra tiene un burattino, e di fronte sembra esserci un bambino probabilmente con la sindrome di Down che volta le spalle al rito e guarda il burattino». Una scena, dice, che si ripete in tutte le tradizioni religiose. «In tutte le manifestazioni religiose accanto al sacerdote c’è sempre uno sciamano-pagliaccio, qualcuno che fa qualche altra cosa. Come i femminelli nelle processioni di Montevergine: il rituale non avviene soltanto attraverso la funzione di divinità e sacerdote, ma la presenza di un diverso è parte del rito stesso».

La simbologia esoterica di Pulcinella: l’uovo, i colori, la morte
Al di là dell’antropologia, la maschera di Pulcinella è intessuta di una simbologia che rimanda direttamente alle tradizioni esoteriche occidentali.
Il primo elemento è l’uovo. Pulcinella, nella tradizione, nasce da un uovo — e l’uovo è uno dei simboli centrali dell’alchimia: l’uovo filosofico è il vaso chiuso in cui avviene la Grande Opera, la trasformazione della materia.
Il secondo elemento è il costume. Bianco, nero — e nelle versioni carnevalesche anche rosso — i colori dell’abito di Pulcinella corrispondono alle tre fasi del processo alchemico: la nigredo (il nero, la dissoluzione), l’albedo (il bianco, la purificazione) e la rubedo (il rosso, la perfezione). «Secondo De Simone», spiega Leone, «il bianco e il nero erano legati all’idea della morte come passaggio, come trasformazione. Quindi Pulcinella, da questo punto di vista, ci mette in rapporto più con le leggi della vita che con le leggi della morte». La morte intesa non come negazione, ma come cambiamento. «Anche nella nostra storia personale: muore il bambino per diventare adulto, muore il giovane per diventare altro. Se uno non fa questi passaggi non va avanti».
C’è poi un dettaglio del costume che Leone ha fatto suo in modo del tutto originale: il vestito che si può portare al contrario, dentro e fuori intercambiabili. «L’origine era una gag», racconta, «perché Pulcinella non avendo i soldi, quando il vestito era sporco lo girava e lo metteva dall’altro lato. Però è interessante perché ci può stare che c’è una corrispondenza tra il dentro e il fuori. Come mi vedi, così sono». Una trasparenza radicale che, paradossalmente, è la cosa più difficile da sostenere.

Teatro vivo, non teatro bello: lo sciocco che abbassa le difese
Uno degli aspetti più originali del pensiero di Leone riguarda la differenza tra quello che chiama “teatro borghese” e “teatro popolare”.
«Nel teatro borghese il pubblico va a vedere uno spettacolo e vuole vedere la bravura di chi fa lo spettacolo», spiega. «L’atteggiamento è quello del: io sono venuto qua, io ho il potere, tu mi devi accontentare, devi essere il mio giullare. Nel pubblico popolare invece è come se uno dicesse: io vengo a vedere lo spettacolo, voglio che tu mi ascolti, che mi parli dei miei problemi. Non mi interessa vedere quanto sei bravo, perché magari vedere quanto sei bravo mi mette in rapporto con la mia non-bravura, con la mia debolezza».
Il maestro Zampella definiva Pulcinella «uno sciocco intelligente». «Sembra uno stupido», dice Leone, «ma in realtà è uno stupido che attraverso la sua stupidità svela i giochi. È un po’ come il bambino quando chiede sempre il perché delle cose: mette in difficoltà l’adulto che sembra di saper tutto. E Pulcinella è quello che mette in discussione queste certezze. La funzione di Pulcinella è quella di tentare di aprire gli occhi sulle verità apparenti».
E il burattino — un oggetto che prende vita, un pezzo di nulla che diventa vivo — crea quella sorpresa che abbassa le difese. «Proprio perché ti sembra stupido togli le difese, abbassi la guardia», dice Leone. «E questo fatto che abbassi la guardia poi permette di sconvolgere delle cose».
Lo dimostra un episodio che vale più di qualsiasi teoria. Leone portò uno spettacolo su Jesús Malverde — il «santo» dei narcotrafficanti messicani, una sorta di Robin Hood di Culiacán — a Scampia. In sala c’era anche un camorrista. Lo spettacolo racconta di un uomo che, diventato potente, uccide il proprio figlio per paura che lo superi in potere. «Questo messaggio», dice Leone, «se glielo dici solo non arriva. Invece attraverso i burattini gli è arrivato. Quella persona è rimasta scioccata e si è allontanata. Queste capacità di entrare direttamente nel profondo dei sentimenti attraverso un’arte semplice, e di spaccare certi equilibri, è una cosa sia di Pulcinella che dei burattini in generale».
La debolezza come forza: il lascito politico di Pulcinella
La riflessione finale di Leone è forse la più politica — e la più poetica. Pulcinella è un debole. Eppure vince sempre, nello spettacolo. «Nello spettacolo vince su tutti», dice Leone. «Ma è un debole. E questa cosa dovrebbe insegnare qualcosa». L’idea è quella di fare della propria debolezza una forza, senza rispondere alla violenza diventando più violenti. «Rispondere alla forza con altra forza con un’altra forza diventa una catena da cui non se ne esce più», spiega. «E che può portare soltanto alla distruzione».
Leone cita il Subcomandante Marcos: «Quando i deboli comanderanno il mondo, il mondo sarà migliore». E riporta la reinterpretazione di padre Alex Zanotelli sul «porgere l’altra guancia». «Gesù non diceva un atto di sottomissione», racconta Leone. «Lo schiaffo veniva dato da padrone a schiavo con il rovescio della mano. Quando Gesù dice “porgi l’altra guancia” è come dire: no, se me lo devi dare dammelo da uomo a uomo. È un atto di forza, non di resa. Crea difficoltà a chi ti vuole avere in suo potere».
«La forza di Pulcinella», conclude Leone, «è capire la forza del debole. Fare della propria debolezza una forza. Non reagire alla violenza diventando più violento. È un po’ un aspetto religioso, se vogliamo. Un po’ come Gandhi: tu rispondi con un atteggiamento pacifico a una violenza, e se riesci a tenerla a quel livello, questa debolezza diventa talmente forte da riuscire a vincere la violenza stessa».
Forse è per questo che Pulcinella sopravvive da secoli, attraverso culture diverse, in forme che nessuno si è copiato dall’altro. Non è una maschera locale. È qualcosa che l’umanità continua a reinventare perché ne ha bisogno. E Bruno Leone, dalla sua ex fabbrica di borse trasformata in teatro, continua — quasi da solo — a tenerlo in vita.
