“Nun fa’ ‘o Zeza”: ma chi o cosa è davvero questo Zeza?

zeza

La lingua napoletana, come spesso abbiamo detto, è ricca di modi e proverbi per sbeffeggiare in modo simpatico una persona o, ancor meglio, per ammonirlo da comportamenti scorretti. “Nun fa’ ‘o zeza” rientra proprio in questa seconda categoria. La prima cosa che stupisce di questo modo di dire, particolarità riportata su ogni testo che ne parla, è che può essere usato sia per un uomo che per una donna senza che “zeza” cambi desinenza.

In realtà, a differenza della forma, il significato cambia molto a seconda del sesso. Dire ad un uomo “nun fa’ ‘o zeza” è un invito a porre fine ad un modo di porsi smielato e falso: generalmente l’uomo così apostrofato è qualcuno che ci sta “provando” con una donna e nel farlo utilizza modi particolarmente impostati e sdolcinati. Una donna che “è na zeza”, invece, è quella che attualmente e volgarmente definiremmo “oca”: civettuola, pettegola, sempre pronta ad ostentare una finta dolcezza ed un’aria svampita.

Come possiamo vedere, per quanto i significati siano diversi, il senso è identico. In entrambi i casi il senso è da trovare nei modi impostati e nella finzione, come se si parlasse di un personaggio teatrale. Non è stato un riferimento casuale: il termine deriverebbe proprio dall’antica Commedia dell’Arte, sviluppatasi nel XVI secolo, e dalle maschere che ancora oggi ricordiamo. Secondo molti studiosi di detti e proverbi, in primis Raffaele Bracale sul suo blog, “Zeza” sarebbe un diminutivo di Lucrezia, maschera moglie di Pulcinella.

Chiacchierone e svampito, il personaggio sarebbe facilmente rapportabile ai comportamenti femminili che valgono il nomignolo, ma a quelli maschili? Nel corso dei secoli e nella cultura popolare, “Zeza” ha smesso di essere solo un semplice diminutivo, fino a diventare un sinonimo di messinscena e di scenetta popolare. “Fare ‘o zeza” sarebbe, letteralmente, mettere su un inutile ed improvvisato teatrino.

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