Terra Murata a Procida: il sogno borbonico di un carcere moderno

Terra Murata, anche detto “Terra Casata”, è il primitivo nucleo abitativo di Procida ed è chiamata così proprio per il corposo agglomerato di case che ha sempre circondato la collina. Un’esigenza non solo abitativa, ma anche difensiva: le strette intercapedini fra le varie strutture offrivano una protezione concreta contro le incursioni dei pirati saraceni, che venivano rallentati al momento dell’incursione.

Un’importanza strategica che, quando nel XVII secolo Procida divenne feudo di Inigo D’Avalos, il nobile ristrutturò l’intero borgo e potenziò maggiormente la difesa costruendo in cima ad esso il suo palazzo. All’interno una dimora degna di un signore del tempo, ricca di affreschi e dai soffitti altissimi; all’esterno una vera e propria fortezza che dall’alto del colle poteva sovrastare l’intero tratto di mare. Dei fasti del palazzo rimangono ancora oggi il cortile con il pozzo e la facciata rinascimentale con un rivestimento in piperno.

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Tutto il resto venne modificato quando, nel 1830, Ferdinando II di Borbone decise di trasformare l’intera struttura in un carcere. Il dott. Giacomo Retaggio, che ha esercitato all’interno della prigione fino alla sua chiusura, ha raccontato in un libro la storia della struttura e le esperienze vissute al suo interno. Gli enormi saloni vennero suddivisi in celle, le ricche porte sostituite dal ferro delle sbarre e gli importanti affreschi cancellati o sbiaditi. A dispetto di quanto si possa pensare dalla conformazione della fortezza, che darebbe subito l’idea di un carcere di massima sicurezza, quello che il re di Napoli e Delle Due Sicilie istituì fu qualcosa che ancora oggi dovrebbe essere d’esempio.

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In un tempo in cui la pena di morte resisteva in quasi tutta Europa, mentre i crimini venivano repressi ancora col sangue e con il dolore, il carcere borbonico di Terra Murata si basava esclusivamente sulla rieducazione del reo: un sistema ipotizzato per la prima volta da Cesare Beccaria ne “De i delitti e delle pene” che ha trovato riscontri solo nei moderni codici penali e che mira a riabilitare chi ha commesso un reato con il lavoro e l’impegno, in modo che si possa reintrodurre tranquillamente in società a pena finita.

Con la supervisione dei secondini e gli insegnamenti dei padri gesuiti i detenuti curavano una tenuta di circa 20 mila metri quadrati: coltivavano la terra, allevavano animali da fattoria e rivendevano i loro prodotti in un mercato che ogni domenica si teneva all’interno del carcere stesso. Le cose, ovviamente, cambiarono dopo l’Unità. Addirittura, fra il 1945 ed il 1950 vennero inviati a Terra Murata importanti gerarchi e generali fascisti condannati, liberati poi dall’indulto promulgato da Togliatti.

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Il carcere è rimasto attivo fino al 1988, quando per insufficienza dei servizi igienici e l’esubero di detenuti, circa 500, venne definitivamente chiuso. Oggi è divenuto un’attrazione turistica dell’isola, un viaggio attraverso la storia, in uno dei pochi luoghi al mondo in cui convivono ancora la nobiltà di un ricco palazzo e la miseria di strette celle, ideali innovativi e repressione.

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