Storia di “Maruzzella”: chi era la donna cantata da Carosone?

Il nome di Renato Carosone richiama immediatamente nel cuore di ogni napoletano quel “Canta Napoli…” che ha fatto divertire, ballare, sognare ed innamorare mezzo mondo. I successi più celebri dell’artista raccontano la napoletanità in ogni suo aspetto più esilarante, mostrano le contraddizioni e le bizzarrie di un popolo che, dopo il conflitto mondiale, voleva trovare un sorriso in qualunque cosa. Le musiche veloci, leggere, quasi etniche per il tempo facevano da cornice a questi spacchi di vita.

Eppure, la canzone che portò Renato Carosone alla fama globale che gli viene riconosciuta ancora oggi è ben diversa dalle sue solite opere.“Maruzzella” è una poesia, quasi una preghiera di un innamorato disperato, una scia di emozioni che lambisce e travolge orecchie e cuore di qualunque ascoltatore, pur non comprendendo il testo.

In napoletano la “maruzza” è la lumaca di mare e quindi il diminutivo “maruzzella” indica le lumachine, le chioccioline. Per somiglianza può essere definita “maruzzella” anche una piccola ciocca di capelli che abbia la forma attorcigliata di un guscio. Nel caso della canzone, però, Maruzzella è un nome e precisamente il diminutivo di Marisa. Mentre Carosone componeva la musica della canzone, infatti, decise di dedicarla alla moglie, che si chiamava appunto Marisa, Maruzzella.

Il testo arrivò dopo scritto da Enzo Bonagura, vero e proprio poeta che riuscì a riunire in quel nome tutti i significati possibili. Della Maruzzella cantata sappiamo solo che è una giovane donna amata dal protagonista, un uomo che ha votato tutta la sua esistenza a quell’amore. Ma la persona tanto desiderata è sfuggente come le onde, la sua volontà increspata e insondabile, in grado con un solo bacio di addolcire o avvelenare l’uomo allo stesso tempo. Un rapporto sbilanciato che diventa evidente dalla prima strofa:

Maruzzella, Maruzzè

t’e’ miso dint’a ll’uocchie

‘o mare e m’e’ miso

mpietto a mé nu dispiacere.

Stu core mme faje sbattere

cchiù forte ‘e ll’onne

quanno ‘o cielo è scuro:

primma mme dice sì,

po’ doce doce mme faje murí

Maruzzella non ha solo il mare negli occhi: lo porta nel nome, lo porta nell’animo. Anche in napoletano una persona o un bambino ingestibile, inafferrabile e incontrollabile viene definita “maruzza”. Il cantante, il protagonista sa bene che non avrà mai un “sì” completo da quella donna, non potrà farla sua così come non si può afferrare una lumaca di mare, non si possono arginare le onde.

Eppure lui continua a desiderarla, spinto da un amore univoco e dai pochi spiragli di speranza lasciati da Maruzzella, continua a invocare il suo nome per chiedere aiuto, continua a soffrire nelle piccole gioie che lei gli concede. Non stupisce che una simile canzone abbia raggiunto un successo quasi immediato quando uscì, nel 1956.

Renato Carosone in una scena del film “Maruzzella”

Dopo essere stata interpretata dallo stesso Carosone venne cantata da Claudio Villa. Nello stesso anno della sua uscita il regista Luigi Capuano prese spunto dal testo per il film “Maruzzella”, dove nel cast appariva lo stesso Carosone. Si trattava di un “musicarello”: quel genere di film tanto in voga in quegli anni che costruivano una storia più o meno complessa su una canzone del momento, con risultati talvolta poco entusiasmanti; gli antenati degli odierni videoclip.

Nel corso degli anni è stata usata e reinterpretata per tantissime altre produzioni fra cui spiccano: il film “Nella città l’inferno”, dove viene cantata da Anna Magnani; Martin Scorsese la usa come colonna sonora per il film del 1973 “Mean Streets” e John Turturro in “Passione”, docufilm su Napoli in cui Maruzzella viene straordinariamente interpretata da Gennaro Cosmo Parlato. Ad oggi, la canzone composta da Carosone per la moglie Marisa è una delle opere più conosciute e cantate al mondo.

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