Il Teatro di Corte della Reggia di Caserta, un esemplare unico al mondo

Il teatro di Corte della Reggia di Caserta nacque per volere del re. La sua architettura è ispirata a quella del rivoluzionario Teatro di San Carlo di Napoli. Fu uno dei primissimi teatri con forma a ferro di cavallo. Questa tipologia dà una migliore acustica e visibilità, ma a differenza del San Carlo, la struttura interna è totalmente differente, e per alcuni versi perfino migliore.

Entrambi i teatri rivoluzionarono l’architettura teatrale, in quanto furono i primi al mondo ad avere quella particolare forma. Tale struttura, è definita “Teatro all’italiana”, sarebbe più corretto però definirla “Teatro alla napoletana” visto le origini partenopee. Questo tipo di architettura divenne subito standard per tutti i teatri mondiali, e decretò l’abbandono della classica struttura rettangolare con le gradinate.

Il teatro di corte era molto utilizzato dai sovrani per rivedere in privato tutti gli spettacoli del teatro napoletano. Fu l’unica sala del palazzo interamente realizzata sotto il controllo del Vanvitelli, e per giungere al suo completamento, egli ha dovuto superare notevoli difficoltà tecniche e finanziarie. Re Carlo, visto l’enorme successo europeo del suo San Carlo di Napoli, desiderava un teatro interno al palazzo e non esterno, così l’architetto nel marzo 1752 fu costretto a cambiare il progetto inserendolo all’interno della reggia.

Il teatro di corte tra l’altro non era previsto nel progetto originario del palazzo, infatti non si trovano informazioni relative all’edificio né nei primi disegni preparatori del Vanvitelli, né nelle prime tavole della prima edizione della Dichiarazione. Quindi la sua costruzione iniziò nel 1756, tre anni dopo l’inizio dei lavori per la reggia. I lavori di decorazione impegnarono molto più tempo del previsto, in quanto l’architetto stava contemporaneamente supervisionando la costruzione della Reggia di Caserta, dell’acquedotto Carolino e di altri edifici.

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Il teatro a palchetti nasce per rispondere a varie esigenze: di tipo sociale, in quanto l’organizzazione a palchetti impone e riflette la scala sociale del pubblico (più si è importanti, più in alto ci si siede). Di rappresentanza, ruolo assolto dalla decorazione, la cui struttura e fastosità sono l’espressione di desideri e aspirazioni, nonché del potere e del senso estetico della famiglia reale. Di natura organizzativa, per una più ordinata suddivisione del pubblico in sala, e per la creazione della “quinta teatrale” che rendeva finalmente possibile, ad esempio nascondere i macchinari di scena.

Il teatro è situato nella parte occidentale del palazzo, ed ha quattro ingressi: uno riservato al re ed alla corte, due laterali con scale a chiocciola per il pubblico ed un altro per gli artisti ed i macchinari tecnici, situato alle spalle del palcoscenico collegato direttamente con l’esterno. Il teatro di corte ha la forma a ferro di cavallo, occupa i primi due livelli del palazzo e dispone di 41 palchi disposto su cinque file ed un palco reale. I palchetti sono stati decorati da Gaetano Magri con puttini, corone di foglie, fiori e conchiglie.

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Ogni palchetto ha una diversa decorazione rispetto a quello accanto, ma è anche uguale a quello di fronte sull’altro lato del teatro. I lavori in gesso e le dorature alle cornici in stucco furono eseguiti da Pietro Ferdecchini e Gennaro Amodio, mentre i “cartapestari” Gaetano Navarro, Nicola Ciliento e Francesco Bonfantini, eseguirono nel 1768 i capitelli d’ordine composito dalle colonne e le statue di Orfeo e Afrodite collocate in due nicchie ai alti del proscenio posizionato all’interno di uno splendido giardino.

I palchetti sono delimitati da colonne. Il palco reale ha un’altezza pari a tre file di palchetti, ed è sormontato da una grande corona – opera di Gaetano Magri – sostenuta dalla Fama che suona la tromba e da un ricco drappeggiato di cartapesta, che grazie al recente restauro è stato riportato all’originario colore azzurro con gigli dorati tipico della dinastia dei Borbone, dopo che in epoca Savoia era stato ricoperto di un rosso carminio. La volta è suddivisa a spicchi separati da costoni tutti confluenti verso il centro del soffitto.

Il soffitto, interamente affrescato da Crescendo La Gamba, è composto da un affresco centrale raffigurante “Apollo che scaccia il pitone”, una figura allegorica utilizzata per rappresentare il “re Ferdinando che calpesta il Vizio” la cattiveria, il male. Gli altri affreschi della volta raffigurano ne nove elementi della natura. Il proscenio ha su entrambi i lati due colonne con al centro una statua, rappresentanti rispettivamente Orfeo ed Anione, e su colonne si pone l’arco scenico.

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Il palcoscenico ha la caratteristica unica di avere il fondale apribile in modo da poter usare il parco reale come sfondo. Ciò è possibile attraverso l’utilizzo di un portale rimovibile creato da Collecini, e dipinto nel 1768 dall’architetto teatrale Antonio Lolli. Questa apertura fu inventata nel 1770 per la rappresentazione di “Didone” del Metastasio con la società del teatro San Carlo, al fine di raggiungere un effetto realistico nell’ultima scena dell’opera. A testimonianza dello splendore del passato rimane il grande fondale con la figura dell’Ercole Farnese posizionato all’interno di uno splendido giardino.

Il lavori del teatro furono conclusi nel 1768, il teatro di corte fu inaugurato nel carnevale del 1769 dalla giovane coppia reale, Ferdinando e Maria Carolina, alla presenza di tutta la nobiltà napoletana, e fino al 1798, vide un calendario di avvenimenti denso di impegni, che andavano dalle feste da ballo, alle rappresentazioni teatrali e musicali. Una notevole collezione di libretti d’opera, oggi conservata nella biblioteca palatina situata negli appartamenti reali, testimonia l’amore per la musica di entrambi i sovrani, cosa dimostrata anche dal fatto che la maggior parte delle opere del Teatro San Carlo di Napoli erano continuamente replicate alla Reggia di Caserta. Come detto precedentemente il Teatro di Corte si rifà al San Carlo di Napoli, ma la suddivisione degli spazi è assolutamente innovativa.

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