Napoli Teatro Festival: De Luca critica il governo durante la presentazione

NAPOLI – Ieri mattina, nel Teatrino di corte di Palazzo Reale, è stata presentata la XII edizione del Napoli Teatro Festival. L’evento, organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival con il sostegno della Regione Campania, si svolgerà dall’8 giugno al 14 luglio con oltre 150 spettacoli in scena a Napoli, Baia, Salerno, Benevento, Pietrelcina, Caserta e Mercogliano.

Alla presentazione hanno partecipato il direttore artistico Ruggero Cappuccio, il presidente della Fondazione Campania dei Festival Alessandro Barbano, il direttore del Polo Museale della Campania Anna Imponente e il presidente della Regione Vincenzo De Luca. La grande novità di quest’anno è il numero delle sezioni, che dalle 11 della scorsa edizione passano a 12, con l’aggiunta del Teatro Ragazzi. Nella sezione internazionale spicca “Zinc” di Eimuntas Nekrošius, scomparso lo scorso novembre, mentre Alessandro Gassmann, Enzo Moscato, Mario Gelardi e Michele Santeramo sono alcuni dei protagonisti della sezione italiana.

Il Festival è all’insegna della contemporaneità, con ben 44 spettacoli ad opera di autori ancora viventi. Ruggero Cappuccio spiega il motivo di questa scelta: «l’Italia, negli ultimi tempi, non è ringiovanita, è invecchiata, perché quando Gioachino Rossini aveva 24 anni si poteva permettere il lusso di entrare nel Teatro Argentina di Roma e rappresentare il “Barbiere di Siviglia”, adesso un ventiquattrenne non potrebbe entrare in nessun teatro lirico d’Italia. Se in Italia in questo momento ci fossero dei geni, non saremmo in grado di accorgercene, perché non ci sono strutture che fanno in modo che si possa scoprirli».

Cappuccio, inoltre, loda lo sforzo effettuato dalla regione, che per il Festival ha concesso il maggiore investimento in Italia per un evento legato al teatro. «la morìa degli eventi teatrali in Italia – ha affermato il direttore artistico – è nota agli addetti ai lavori e siamo felici di celebrare a Napoli una controtendenza. Ringrazio il presidente De Luca, perché nei tempi bui in cui il Festival di Spoleto e il Festival di Ravenna sono in difficoltà, investire nel teatro è qualcosa di importante. E’ grazie a questo investimento pubblico se possiamo tenere i biglietti ad 8 euro, che diventano 4 a prezzo ridotto. E’ grazie a questo investimento se si può realizzare un progetto di inclusione, perché l’inclusione è anzitutto quella spirituale. Si è inclusi non perché si hanno 100 euro in più da spendere, ma quando si può entrare in un teatro liberamente. E’ evidente che il grande paradosso del nostro paese è che la cultura interessa soprattutto alle persone che hanno pochi soldi, mentre i ricchi sono dei collezionisti. Non vedo perché dopo che si è pagato di propria tasca i sette e quaranta si debba poi pagare una cifra capogiro per entrare negli enti lirici dove se non si hanno 10 frac non si può entrare».

Alla base del Festival c’è il tentativo di porre freno alla crisi del linguaggio della nostra epoca: «ho pensato il Festival in questo modo – continua Cappuccio – perché il teatro è l’unico avamposto di metafore in Italia. La metafora è nata prima di Omero, ancor prima delle retoriche e delle grammatiche. Dovrebbe essere successa una cosa del genere: un essere umano, guardando la pioggia, deve aver pensato ‘il cielo piange’, cioè l’associazione dell’attimo all’associazione della pioggia. In quel momento succede una cosa particolare: la metafora diventa uno specchio in cui si genera la congiunzione tra essere umano e natura, tra essere umano e cosa. La metafora ci dice che tutto è uno e uno è tutto. Perché se il cielo può piangere come un bambino e il bambino può piangere come il cielo, vuol dire che tra la natura e l’essere umano non c’è nessuna differenza. La metafora è la spinta all’elevazione del linguaggio, e il teatro è la spinta dell’elevazione del linguaggio nel momento in cui esso arranca. La lingua è in crisi: lo è nei giornali, nei mezzi di comunicazione, perché anche nelle grandi testate è complicatissimo trovare delle metafore. Il teatro è l’avamposto della metafora perché è un proiettore di intensità. Sul palco una vecchia sedia diventa un trono, e ciò succede perché c’è complicità tra chi è sulla scena e chi siede in platea. Il teatro celebra un concetto superiore a quello di democrazia: quello di comunione. La democrazia lascia sempre degli scontenti, la comunione no».

L’impegno della Regione è evidenziato anche da De Luca, che nel corso della presentazione non si lascia sfuggire una critica al governo: «per questo Festival compiamo il massimo della trasgressione compiuta oggi in Italia. In un paese con gruppi dirigenti in guerra permanente e spietata contro la grammatica, la sintassi, la storia e la geografia, parlare oggi di cultura è un atto di godimento trasgressivo. Quando uno pensa di spezzare in due l’Italia, andando in giro vestito con pelli di capra, in un momento nel quale si ragiona molto in termini di bottega e di residui fiscali, parlare di cultura è davvero una trasgressione che, almeno a me, dà un godimento straordinario».

De Luca evidenzia anche gli sforzi realizzati dalla Regione per il finanziamento dei progetti culturali: «mi domando che cosa avremmo oggi a Napoli e in Campania se non ci fosse la decisione tenace della Regione per dar vita a tutto questo. Oggi la Campania è esposta, dal punto di vista dei suoi investimenti, al limite del bilancio regionale. Non c’è solo il Festival che presentiamo oggi, c’è anche il Festival di Ravello, la Legge del Teatro che abbiamo approvato, il finanziamento imponente per il Teatro San Carlo che senza la Regione chiuderebbe domani mattina, investendo il triplo di quanto investa la Lombardia per la Scala di Milano. Inoltre, ci stiamo impegnando nel recupero del Conservatorio San Pietro a Majella, che per nostra vergogna è ridotto in condizioni pietose, con l’acqua che gocciola nelle stanze dove suonano gli studenti. Questo è il quadro d’insieme: stiamo lavorando per diffondere eventi di cultura».

Per consultare il programma visita il sito del Napoli Teatro Festival.

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