Alla scoperta dell’antica acropoli di Neapolis tra storia, archeologia e degrado

A Napoli c’è un’acropoli, ma nessuno lo sa. Resta silente e inesplorata, nei sotterranei di una delle aree meno valorizzate e più degradate del centro storico: la collina di Caponapoli. L’area, il cui nome indica l’altura più elevata dell’antica città greco-romana, è oggi compresa ad ovest da via Santa Maria Costantinopoli, a nord da piazza Cavour, ad est dall’Ospedale degli Incurabili e a sud dal decumano superiore (nel tratto di via Sapienza). Ma pretendere di chiamarla ancora “acropoli” è del tutto inopportuno.

Ad oggi l’area di Caponapoli non è che un insieme caotico di palazzoni novecenteschi – per lo più appartenenti ai plessi ospedalieri del Primo Policlinico – per la cui realizzazione è stato necessario demolire alcuni tra i principali complessi monastici del centro storico, come quello di San Gaudioso e il chiostro della chiesa della Croce di Lucca. In tale contesto è davvero arduo intravedere lo splendore di quella che doveva essere una delle aree più suggestive, nonché sacre, dell’antica Neapolis.

Non è ancora chiara la conformazione urbanistica dell’area di Caponapoli nel periodo greco-romano, né dei templi che vi insistevano. È possibile però ipotizzarlo, alla luce delle testimonianze archeologiche rinvenute in altre zone del centro storico. Se infatti nell’area dell’agorà di Neapolis – l’attuale piazza san Gaetano – s’ergeva il Tempio dei Dioscuri, i cui resti sono oggi inglobati nella Basilica di San Paolo Maggiore, è altamente ragionevole ipotizzare che nella zona dell’acropoli sorgessero i templi delle altre due divinità patrie dell’antica città greca: Apollo e Demetra.

La mancanza di testimonianze archeologiche inerenti al culto di Apollo nella zona di Caponapoli non ci permette di stabilire con sicurezza la presenza di un tempio dedicato al dio. È piuttosto verosimile ipotizzare l’esistenza di un tempio di Apollo nell’area oggi occupata dalla Basilica di Santa Restituita del Duomo di Napoli, nei cui sotterranei è emerso del materiale archeologico riconducibile al culto di Apollo. Esistono invece tracce preziose del culto di Demetra nella zona di Caponapoli.

Busto di Demetra. Museo Nazionale Romano, Roma.

Nel 1933, in occasione dei lavori di costruzione della clinica di Semeiotica Medica nell’area del convento di San Gaudioso, furono rinvenuti oltre 3000 reperti archeologici. Il materiale fu trasportato sbrigativamente in un deposito del Museo Archeologico Nazionale, dove rimase dimenticato per decenni senza essere sottoposto ad alcun tipo di indagine. Solo nel 1959, per volontà dell’archeologo Mario Napoli, si pensò finalmente di studiare e analizzare i rinvenimenti scoperti ben 26 anni prima.

Dai 3000 reperti, consistenti per lo più in busti e teste femminili in terracotta risalenti ad un periodo compreso tra il V e il III secolo a.C., Mario Napoli dedusse l’evidenza di un tempio dedicato a Demetra e a Persefone nella zona di Caponapoli. La stipe votiva è oggi esposta presso il Lapis Museum della chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

La stipe votiva di Demetra esposta nella chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Foto: Marco Ciotola.

La presenza di un tempio di Demetra nella zona di Caponapoli potrebbe essere confermata anche dalla tradizione della festa della Lampadoforie, ovvero l’antica “corsa delle fiaccole” il cui percorso toccava anche l’acropoli di Napoli. A dire il vero, non è possibile stabilire con certezza se le Lampodoforie fossero dedicate a Demetra o alla sirena Partenope, perché diverse testimonianze antiche ci tramandano anche la presenza della tomba di Partenope, con il relativo Tempio, nell’area dell’acropoli.

Tale ipotesi, però, non è confermata dagli archeologi. Queste testimonianze, inoltre, sembrano contraddire un’altra tradizione antica, che colloca il tempio di Partenope nella zona nilese della città greco-romana, ovvero nell’area dell’attuale chiesa di San Giovanni Maggiore. Chiesa che ancora oggi ospita la lapide della tomba della sirena Partenope.

E’ accertato, invece, che le Lampadoforie si diffusero a Napoli alla luce dei rapporti intercorsi nel V secolo a.C. tra Atene e Neapolis, al fine di rafforzare l’egemonia ateniese in Magna Grecia e di arrestare la supremazia di Siracusa. Tali rapporti si consolidarono alla luce di due spedizioni militari inviate da Atene. La prima del 454 a.C., vide l’arrivo dello stratega Lampone a Catania per proteggere la polis etnea dai siracusani, e la seconda del 453 a.C. con l’arrivo di Diotimo a Neapolis per favorire la supremazia napoletana nell’omonimo golfo a danno di Cuma, alleata di Siracusa.

Nel celebre “Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli”, Carlo Celano ci narra la nascita e l’istituzione delle Lampadoforie. Leggiamo, infatti, che «questo Diotimo duce Ateniese, stando in guerra co’ Siciliani, consultar volle di persona l’Oracolo di Partenope in Napoli ed avendone ottenuto la desiata risposta, celebrò con grande solennità questa festa in atto di religioso ringraziamento alla deificata Sirena. Laonde i Napolitani, a memoria del fatto, coniarono quelle non volgari monete che han nel rovescio le fiaccole».

Il frontespizio de “Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” di Carlo Celano.

Le Lampadoforie consistevano in una corsa nella quale i partecipanti dovevano «conservar sempre accesa per l’intera corsa la face; al primo cui s’estingueva, e che più non aveva speranza di vincere, succedeva il secondo, e cosi il terzo, e così il quarto ecc. Ma se a tutti veniva a mancare la fiamma o se tutti via la conservavano a niuno il premio della vittoria si decretava».

Il Celano ci offre anche una preziosa informazione circa il percorso delle Lampadoforie, che partiva da un antico ginnasio sito nell’attuale Forcella e raggiungeva il tempio della sirena Partenope sull’acropoli, ovvero «sul punto culminante della montagna presso l’odierna Chiesa di S. Agnello». Da qui i corridori «giravano intorno alle mura della città, fino a che per la via Lampadia e per Soprammuro, ritornavano nel ginnasio».

Come accennato poc’anzi, la presenza di un tempio di Partenope sulla collina di Caponapoli è un’ipotesi non confermata dagli archeologi. È infatti possibile ipotizzare che con l’espandersi dell’influenza ateniese sull’antica Neapolis, il culto di Demetra possa aver raggiunto un livello di diffusione tale da sorpassare Partenope nella celebrazione delle Lampadoforie.

Al di là di ciò, nell’ultima citazione di Celano poc’anzi riportata c’è un prezioso riferimento ad una “Chiesa di S. Agnello” e ad alcune “mura della città” che cingevano la zona dell’antica acropoli. Le tracce indicate dal Celano sono ancora oggi visibili nella zona di Caponapoli e ci offrono un’inestimabile testimonianza dell’originario impianto greco dell’acropoli di Napoli. Di seguito ne offriamo una sintesi.

Le mura greco-romane di Sant’Aniello a Caponapoli

La chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli, conosciuta anche con il nome di Sant’Agnello Maggiore, venne edificata agli inizi del cinquecento in un’area in cui insisteva una preesistente cappella paleocristiana nota come Santa Maria Intercede. Sulle origini di tale chiesa ci dà notizia un’antica tradizione partenopea.

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli. Foto: Marco Ciotola.

Secondo la leggenda, a Caponapoli si trovava una piccola effige della Madonna, ritenuta miracolosa poiché in grado di concedere la gravidanza alle donne che ne avessero chiesto la grazia. Fu così che una coppia di nobili sposi napoletani, Federico e Giovanna, raggiunsero l’effige al fine di richiedere l’intercessione della Vergine. Compiutasi la grazia, i coniugi diedero alla luce un bambino di nome Agnello, il celebre Sant’Agnello, vescovo di Napoli nel VI secolo, nonché settimo compatrono della città.

In ossequio della grazia ricevuta, Federico e Giovanna edificarono una piccola cappella nel luogo in cui sorgeva l’effige miracolosa, dedicandola a Santa Maria Intercede. Fu proprio nei pressi della piccola cappella, in una grotta della collina di Caponapoli, che Sant’Agnello si ritirò a vita anacoretica in seguito alla morte dei genitori.

Nei primi anni del XVI secolo, l’ultimo abate della cappella regalò la piccola chiesa a Papa Leone X de’ Medici che a sua volta la cedette all’ordine degli Agostiniani con l’obbligo di costruire una chiesa più grande da intitolare a Sant’Agnello. Il risultato fu l’attuale Sant’Aniello a Caponapoli, il cui transetto si sviluppa proprio nell’area in cui insisteva la preesistente Santa Maria Intercede.

Nel corso del ‘900 la chiesa fu profondamente danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, tanto da indurla ad un abbandono di oltre vent’anni. Le prime e lente operazioni di recupero iniziarono negli anni ’60, con la ricostruzione del tetto e dell’esonartece. Ma fu solo con i lavori di consolidamento realizzati nel 1979 che emersero i primi resti della fortificazione greca. I preziosi rinvenimenti andavano a sommarsi ai già indicati ritrovamenti archeologici nella zona di Caponapoli.

Il terremoto del 1980 impose un ulteriore rallentamento allo scavo archeologico della chiesa, che riprese solo alla fine degli anni ’80, ad opera della Soprintendenza ai Beni Architettonici. I lavori realizzati in questo periodo offrirono ulteriori testimonianze della stratificazione archeologica di Napoli, dando alla luce reperti d’epoca greca, romana e altomedievale.

Per quanto riguarda le testimonianze greche, il reperto più antico è rappresentato da un muro a doppia cortina parallela con briglie trasversali di collegamento, rinvenuto nel transetto della chiesa, risalente al IV secolo a.C. Questo reperto, costituito da una sovrapposizione di conci rettangolari tufacei, non è che un segmento delle lunghe mura di contenimento che i greci eressero a protezione della collina di Caponapoli, il cui percorso – come vedremo dall’analisi di altri rinvenimenti archeologici della zona – si estendeva fino all’attuale piazza Cavour.

Oltre ai reperti del IV secolo a.C., nella navata della chiesa è stata rinvenuta anche una più recente porzione di mura greche, anch’esse difensive, risalenti al III secolo a.C. È altamente probabile che i greci avessero innalzato questa nuova cinta muraria a sostituzione, o a rinforzo, delle mura preesistenti. Anche in questo caso si tratta di mura realizzate da conci di tufo.

Le mura greche di Sant’Aniello a Caponapoli. Foto: Marco Ciotola.

In aggiunta ai reperti d’epoca greca, lo scavo della navata ha portato alla luce anche un tratto di mura romane in opus reticolatum risalente al I secolo d.C. Inoltre, negli intervalli tra un muro e l’altro, lo scavo ha disvelato anche delle tombe paleocristiane.

La murazione d’epoca romana in opus reticolatum. Foto: Marco Ciotola.

Per rendere fruibile ai visitatori quest’incredibile testimonianza della stratificazione archeologica della chiesa di Sant’Aniello, l’architetto Ugo Carughi ha progettato un’ampia e suggestiva apertura rettangolare – alta dieci metri e larga cinque – al centro della navata, dalla quale è possibile ammirare d’un sol colpo i reperti greci, romani e altomedievali qui rinvenuti. Tramite un gradino il visitatore può accedere ad una passerella in vetro strutturale, sorretta da una serie di travi in acciaio, che delimita l’intero perimetro dell’area archeologica e che consente di contemplare i reperti da un’altezza di 40 centimetri dal livello dello scavo.

Lo scavo archeologico di Sant’Aniello a Caponapoli. Foto: Marco Ciotola.

Le mura greche del largo Sant’Aniello a Caponapoli

Il percorso delle mura greche del IV secolo a.C. rinvenute nella chiesa di Sant’Aniello continua all’esterno della stessa, in largo Sant’Aniello a Caponapoli. Le prime testimonianze archeologiche del luogo furono rinvenute a partire dagli anni ’50, nel periodo di costruzione delle varie strutture ospedaliere. La maggior parte di tali testimonianze non sono mai state portate alla luce e restano nascoste al di sotto delle varie strutture ospedaliere.

Fanno eccezione i reperti rinvenuti nel corso di uno scavo realizzato degli anni ’80 nell’area di Villa Chiara. Si tratta della continuazione della cinta muraria greca a doppia cortina del IV secolo a.C., già incontrata nel transetto della chiesa di Sant’Aniello.

Le mura greche di largo Sant’Aniello. Foto: Marco Ciotola.

 

Le mura greche di largo Sant’Aniello. Foto: Marco Ciotola.

I reperti, seppur visibili, sono offesi dalla presenza di una discutibile copertura in acciaio e plexiglass, degna più di un magazzino industriale che di un’area archeologica. Lo scavo, inoltre, necessiterebbe di urgenti lavori di recupero, a giudicare dalla crescita inesorabile della vegetazione spontanea, che sembra del tutto intenzionata a svilupparsi fino a coprire definitivamente lo scavo.

La struttura che sovrasta lo scavo di largo Sant’Aniello. Foto: Marco Ciotola.

Le mura greche di piazza Cavour

Come poc’anzi accennato, la cinta muraria d’epoca greca circondava l’intero perimetro dell’Acropoli di Napoli, degradando dall’area collinare fino a raggiungere l’attuale piazza Cavour. Qui, infatti, è possibile ammirare un’altra porzione dell’antica murazione.

Quest’ultimo tratto si trova alle spalle di un enorme e orrendo edificio di Piazza Cavour, sede di alcuni uffici comunali e dell’Istituto Scolastico Casanova-Costantinopoli. Il palazzo può essere considerato – senza troppe e inopportune concessioni al bon ton – l’opera meno riuscita dell’architetto Camillo Guerra, la cui mastodontica obbrobriosità ha l’imperdonabile torto di nascondere l’intera collina di Caponapoli, negandone irrimediabilmente la vista. Tale edificio, ultimato nel 1954, doveva originariamente ospitare la nuova sede del vicino Ospedale degli Incurabili, ma fu poi destinata a scopo scolastico.

L’edificio scolastico di piazza Cavour progettato da Camillo Guerra. Foto: Marco Ciotola.

L’ultima porzione della murazione greca fu scoperta proprio durante i lavori di realizzazione dell’edificio di Guerra e della retrostante rampa di Maria Longo, ennesimo progetto che umilia la zona di Caponapoli. Anche per questo tratto le mura sono costituite da conci in tufo del IV secolo a.C. Oltre ad esso, è stata rinvenuta anche una più antica porzione di mura interne, risalenti al V secolo a.C.

Nell’insieme, il complesso di mura raggiunge un’altezza massima di 9 metri, con una lieve inclinazione verso la collina retrostante. Anche in tal caso si tratta di una cinta costituita da due cortine parallele, congiunte da briglie trasversali. La cortina interna del V secolo è stata realizzata in blocchi di tufo posti “a coltello” in modo da rivestire lo strapiombo della collina di Caponapoli. La particolarità di questo segmento di mura è che alcuni conci di tufo sono contrassegnati da marchi di cava, ovvero da lettere greche incise nella pietra al momento della loro estrazione.

Le mura greche di piazza Cavour. Foto: Marco Ciotola.

 

Particolare dei marchi di cava. Foto: Marco Ciotola.

Purtroppo, la realizzazione della rampa di Maria Longo, se da un lato ha reso possibile il rinvenimento delle mura, dall’altro ne ha tranciato e distrutto gran parte del suo sviluppo. In alcuni casi, infatti, i piloni in cemento armato della rampa recidono del tutto il muro greco, come testimoniato dall’immagine sottostante. Perché è prassi assai diffusa a Napoli quella di demolire delle preziose testimonianze del passato per edificare i mai fin troppo compiaciuti orrori del presente.

Particolare del pilone di rampa Maria Longo che trancia le mura greche. Foto: Marco Ciotola.

L’utopia del Parco Archeologico dell’Acropoli di Neapolis

Come rilevato dalle osservazioni fin qui svolte, non sono pochi i reperti archeologici che insistono sulla collina di Caponapoli. La maggior parte dei quali restano ancora tutti da disvelare. Non è affatto da escludere, infatti, che una profonda campagna archeologica nell’area di Caponapoli possa portare alla luce – oltre alle altre testimonianze della cinta muraria greca e romana – anche i resti dei templi che sorgevano sulla sommità dell’antica acropoli di Napoli.

E pensare che più volte è stata ipotizzata un’esaustiva campagna di scavo nella zona di Caponapoli. Il primo ad avanzarne l’idea fu l’architetto Roberto Einaudi che nel 1985, nel corso del XXV Convegno di Taranto, propose il progetto del Parco Archeologico dell’Acropoli che avrebbe interessato l’intera collina di Caponapoli, partendo da piazza Cavour, attraversando la rampa di Maria Longo e via del Sole, fino a raggiungere l’area del Policlinico.

Tale parco, mai attuato, si proponeva di realizzare una connessione ideale tra l’archeologia di Caponapoli e il vicino Museo Archeologico Nazionale. Il progetto di Einaudi prevedeva anche la demolizione della rampa di Maria Longo, in modo da consentire una più idonea sistemazione delle mura greche a ridosso dell’edificio progettato da Camillo Guerra e quelle di largo Sant’Aniello, così da realizzare un vero e proprio “Parco delle Mura”.

Rampa di Maria Longo. Foto: Marco Ciotola.

Einaudi ipotizzò anche la demolizione dei padiglioni novecenteschi del Primo Policlinico, così da poter finalmente effettuare un esaustivo scavo nella zona e realizzare un secondo parco archeologico denominato “Parco del Policlinico”. In tale contesto, via del Sole sarebbe divenuta la principale arteria di connessione tra i due grandi parchi di Caponapoli: il “Parco delle Mura” e il “Parco del Policlinico”.

Via del Sole. Foto: Marco Ciotola.

Nonostante la mancata realizzazione dei parchi di Einaudi, la sua proposta influenzò notevolmente il progetto di riqualificazione dell’area di Caponapoli sancita dal Piano Regolatore del Centro Storico di Napoli, approvato dal Comune e dalla Regione. Da quanto stabilito nel decreto regionale n. 323 dell’11/06/04, il piano regolatore si proponeva un duplice obiettivo strategico: la «riqualificazione urbana» e la «valorizzazione delle connotazioni storico-archeologiche» dell’intera area di Caponapoli, «ridefinendo il rapporto tra il luogo su cui sorse l’Acropoli della città greca e il largo fuori porta, l’attuale piazza Cavour, caratterizzando l’intera area urbana come parco archeologico».

In tale ottica il piano regolatore prevedeva una serie di interventi strategici quali: la demolizione dell’edificio realizzato da Camillo Guerra in piazza Cavour, la demolizione della rampa di Maria Longo e la realizzazione di due parchi archeologici: quello in prossimità delle mura greche in largo Sant’Aniello e quella nell’area del Primo Policlinico.

Al fine della realizzazione del parco delle mura, il piano proponeva «il disvelamento dei reperti archeologici» nelle aree sottostanti gli edifici della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” realizzati nel corso degli anni ’50, per i quali il piano ha previsto anche una possibile demolizione.

Uno dei plessi ospedalieri che insistono nella zona di caponapoli. Foto: Marco Ciotola.

Per la realizzazione del Parco nell’area del Policlinico, invece, il piano regolatore proponeva, oltre al recupero dei reperti archeologici, anche la «messa in luce di quanto residuo del complesso della Croce di Lucca sottostante l’area dei policlinici previa demolizione dei relativi corpi di fabbrica». Il progetto del piano regolatore, pertanto, in completa sintonia con la precedente ipotesi di Einaudi, insisteva nell’inevitabile attuazione di una serie di demolizioni strategiche al fine di far emergere i tanti resti archeologici ancora nascosti nei sotterranei di Caponapoli.

Area di intervento del piano regolatore. Fonte: sito del Comune di Napoli.

Purtroppo, nessuno dei progetti previsti dal piano regolatore è stato mai realizzato e non si hanno notizie circa la volontà di perseguire con gli obiettivi proposti. Ed è un peccato, poiché la possibilità di liberare la collina di Caponapoli da un ingombrante insieme di dibattutissime costruzioni novecentesche avrebbe potuto aprire una nuova – e probabilmente irripetibile – stagione archeologica della città Napoli, offrendo risultati inestimabili nella decifrazione della città antica.

Si sarebbe potuto verificare qualcosa di analogo a quanto avvenuto con i rinvenimenti della linea 1 della metropolitana. Così come quest’ultimi hanno reso possibile una nuova lettura della linea di costa della città antica, i lavori proposti da Roberto Einaudi e dal piano regolatore nella zona di Caponapoli avrebbero potuto rappresentare una miniera d’oro nella lettura dell’antica acropoli di Napoli, della quale non abbiamo che pochissime testimonianze.

Bibliografia
– Capasso B., Napoli greco-romana, Napoli 1905.
– Celano C., Delle notizie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli.
– D’Onofrio A. M. et al., Interventi di scavo a Napoli nell’area del I Policlinico, in AION – Archeologia e Storia Antica, VII, Napoli 1985.
– Giampaola D., Napoli: Archeologia e Città, in Ricci A. (a cura di) Archeologia e Urbanistica. International School in Archeology, Certosa di Pontignano (Siena), 26 gennaio-1 febbraio 2001, Firenze 2002.

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