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Salvatore de Crescenzo detto “Tore ’e Crescienzo”, il più famoso camorrista della Napoli ottocentesca

Tore ’e CrescienzoI Sangiovannari erano dei facchini napoletani dell’Ottocento originari di San Giovanni a Teduccio. Tra questi di distinsero i Sangiovannari della Pignasecca, una famiglia di cognome de Crescenzo che si dedicava ad attività camorristiche. Tra questi individui figurava anche il più famoso camorrista del periodo: Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ’e Crescienzo”.

La camorra dell’800: i Sangiovannari della Pignasecca

Nella Napoli ottocentesca venivano comunemente chiamati Sangiovannari i facchini che trasportavano i pesi attraverso una spranga che appoggiavano su una sola spalla. Questi erano quasi tutti di San Giovanni a Teduccio, per cui venivano chiamati appunto Sangiovannari.

Nel quartiere Montecalvario una famiglia di cognome De Crescenzo nell’800 era nota alle forze di polizia, poiché alcuni suoi componenti si dedicavano ad attività di camorra nei quartieri ed in carcere. Questi individui erano chiamati Sangiovannari della Pignasecca e possiamo ipotizzare quindi che una famiglia originaria di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, si dedicasse ad altre attività rispetto al facchinaggio.

Nel 1840 risulta di mestiere calzolaio colui che sarebbe diventato il camorrista più famoso del periodo: Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ’e Crescienzo”, che Monnier definì «il re della banda, il Lacenaire de’ camorristi».

Altrettanto famosa è rimasta la cugina Marianna De Crescenzo detta la “Sangiovannara”, che gestiva una taverna frequentata da patrioti e che nell’ottobre del Sessanta, “al fianco del cugino Salvatore, guida un corteo festante e tricolore che conduce gli esuli Silvio Spaventa e Filippo Cappelli verso il padiglione elettorale, dove le viene concesso straordinariamente il privilegio di votare per il plebiscito”

Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ’e Crescienzo”

Nato a Napoli approssimativamente intorno al 1823, Salvatore De Crescenzo si dichiarò calzolaio quando nell’ottobre del 1840 venne arrestato e scontò due mesi di carcere per rissa con impugnazione d’arma bianca in una bettola dell’Arenella. Egli veniva definito tuttavia come un giovane di buona condotta «su tutt’i rapporti, ed applicato alla sua arte di calzolajo», essendo anche figlio di una guardia di polizia.

Rilasciato a dicembre, alcuni anni dopo, nel marzo del 1844, ricevette la nomina a guardia di polizia e sembrava dunque avviato alla medesima carriera del padre Giacomo nell’istituzione di polizia. Ma appena due anni dopo venne allontanato dal servizio per aver aggredito con uno stocco un gendarme per futili motivi.

Ulteriori risse e aggressioni

Nel corso del 1849 si rese protagonista di ulteriori risse e aggressioni, culminate a luglio nell’uccisione del camorrista Luigi Salvatore detto “Luigiello de’Zappari” nel carcere di S. Maria Apparente.

La sera dell’11 luglio era poi sorta un’animata discussione per un malinteso tra i camorristi Raffaele Migliaccio e Luigi Salvatore. Salvatore De Crescenzo, però, volendo spalleggiare il «suo amico Migliaccio», iniziò a inveire contro Salvatore, il quale allontanatosi ritornò poco dopo sul posto armato di coltello per sfidarlo a duello. Luigi Salvatore riportò nello scontro due ferite gravi al petto e all’addome, che gli furono inferte da De Crescenzo e che lo condussero alla morte nell’ospedale di S. Francesco.

L’affermazione di Tore ’e Crescienzo

Con ogni probabilità quest’episodio segnò una tappa importante nell’affermazione del prestigio di “Tore ’e Crescienzo” all’interno del carcere e quindi della città. L’anno successivo il delegato delle prigioni Casigli lo descriveva come un pessimo detenuto «sotto tutt’i rapporti, sì perché ha commesso omicidio in queste prigioni, sì perché vi ha esercitato violentemente la gamorra». Pertanto, venne trasferito già da qualche tempo nel carcere succursale di Aversa per ordine del procuratore generale.

Condannato intanto a cinque anni di prigionia per l’omicidio di Luigi Salvatore, De Crescenzo venne trasferito nel carcere di Avellino nell’estate del 1851 per estorsioni e abusi verso gli altri detenuti. Scontata la pena fu rilasciato nel luglio del 1853, diventando un famoso contrabbandiere, tanto da essere incluso in un elenco di ventisei soggetti considerati tra i più nocivi individui di tale categoria.

L’elenco in questione era stato compilato da una commissione istituita dal ministero delle Finanze in accordo con quello della Polizia. Per costoro fu proposto l’invio al domicilio forzato nei comuni più interni della Basilicata e del Molise. De Crescenzo venne perciò spedito nel gennaio del 1856 a Frosolone in Molise, da dove alcuni mesi dopo scomparve entrando in latitanza.

Nel profilo biografico ricostruibile di De Crescenzo si osserva dunque un orientamento verso il commercio, con un marcato interesse per il contrabbando già alla metà degli anni Cinquanta, in seguito all’ascesa in carcere tramite la violenza, che gli permise di prendere le redini del gruppo criminale.

La stretta repressiva di Ajossa e la proclamata innocenza 

Da non dimenticare, inoltre, un altro episodio in cui fu coinvolto. A ottobre finì immischiato anche lui nella stretta repressiva guidata dall’ex intendente di Salerno Luigi Ajossa. Si trattava di una rissa tra alcuni militari camorristi della Guardia reale contro diversi loro compagni, perché questi ribadivano «che i soldati non avrebbero mai riscossa la camorra in carcere».

De Crescenzo sfuggì alla cattura, si costituì alla polizia dopo diversi giorni di latitanza, proclamandosi innocente. In un’interessante supplica al prefetto dichiarò di essere stato camorrista in passato, mentre da tempo viveva onestamente lavorando come mastro calzolaio. Questa fu una versione che chiaramente non convinse le autorità di polizia, che lo avevano infatti già spedito sull’isola di Ventotene a raggiungere i suoi compagni.

Fonti:

Antonio Fiore, Camorra e polizia nella Napoli borbonica, 1840-1860

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