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Violenza e potere nella Napoli dell’800: quando i carcerieri si allearono con la camorra

Napoli borbonicaNella Napoli borbonica si affermò una vera e propria cogestione del carcere tra carcerieri e camorristi. Vi erano, dunque, detenuti che assistevano i custodi carcerieri, con i quali instauravano, a loro volta, relazioni di diversa natura: dalla cogestione alla diretta complicità in attività criminali.

Napoli borbonica e cogestione del carcere: la supplica di Luigi De Rosa

Il marchese di Pietracatella, Giuseppe Ceva Grimaldi, era considerato un politico competente e fedele alla dinastia borbonica, dotato inoltre di una solida cultura classica e illuministica. Grimaldi aveva anche ricoperto importanti incarichi nell’amministrazione statale e si era interessato a organizzare un efficiente sistema di polizia.

Divenuto con la salita al trono di Ferdinando II tra le persone più vicine al re, venne nominato nel 1840 presidente del Consiglio, carica che mantenne fino alla rivoluzione del Quarantotto. Nella riunione del Consiglio dei ministri del 5 giugno 1846, Ceva Grimaldi portò in seduta una supplica a lui indirizzata da Luigi De Rosa, ex detenuto intenzionato a denunciare il regime estorsivo imposto dal custode maggiore di Castel Capuano, Andrea Romano, dove regnava «la così detta setta camorristica».

Si trattava, dunque, di un vero e proprio “clima di terrore” , in cui regnava una cogestione del carcere tra camorristi e carcerieri. Vi erano i cosiddetti chiamatori, ovvero detenuti che assistevano i custodi carcerieri, con i quali intrecciavano, a loro volta, relazioni di varia natura: dalla cogestione alla diretta complicità in attività criminali.

Ex convento di S. Caterina a Formiello, gli abusi con la protezione del custode maggiore

L’ex convento di S. Caterina a Formiello era una struttura detentiva particolare, perché sede di un lanificio dove gran parte degli operai erano detenuti. Nell’estate del 1847 si denunciavano degli abusi di alcuni condannati con la protezione del custode maggiore e per questo motivo, si dispose quindi di far svolgere un’inchiesta personalmente dal segretario generale della Prefettura marchese Carmelo Bassano.

Le indagini condotte confermarono le accuse, rilevando che in generale i detenuti più poveri dello stabilimento – vista anche la paga misera a loro riconosciuta – per mangiare qualcosa di meglio durante le feste si rivolgevano ai camorristi, «che fanno grave usura su di essi» con la complicità del custode maggiore.

Per i dieci reclusi responsabili diretti degli abusi partirono gli ordini di trasferimento in altre strutture, mentre restava, secondo il funzionario responsabile per il quartiere Vicaria Federico Bucci “l’ultima parte ad adempirsi; cioè la severa ammonizione con minaccia di destituzione al Custode Maggiore di quello Stabilimento.

Io adempirò anche a questo ingrato dovere; ma Ella mi permetterà di rassegnarle, che la posizione di quel disgraziato è talmente difficile che merita una benigna considerazione. Egli è proprio nel caso di non poter servire a due padroni; contentare l’uno è lo stesso che scontentar l’altro: in ambo i casi, la punizione è sempre certa…

Il nuovo ricorso contro il custode maggiore: clima di violenza e intimidazione

Il giorno dopo, tuttavia, il titolare del lanificio Raffaele Sava scrisse al prefetto per chiedere il ritorno a lavoro di quattro dei dieci reclusi appena trasferiti, poiché «per parte del loro mestiere necessitano». Sava rassicurava inoltre che gli abusi, essendo già venuti precedentemente a sua conoscenza, li aveva già fatti reprimere dal custode maggiore e garantiva di aver preso «tutte le possibili precauzioni» per impedirne la ripetizione in futuro.

Il prefetto e il ministero concordarono dunque al ritorno nel lanificio dei quattro detenuti richiesti da Sava. Tuttavia, pochi giorni dopo, un nuovo ricorso fu indirizzato alla Consulta contro il custode maggiore, che venne accusato di permettere, tramite pagamento in denaro e generi alimentari, l’entrata di prostitute, l’uscita notturna di alcuni reclusi e il gioco d’azzardo nelle stanze, contribuendo a un clima di violenza e intimidazione.

L’influenza e il potere di Raffaele Sava

Questo ricorso fu trasmesso direttamente dalla Prefettura a Raffaele Sava, che tuttavia, difese l’operato del proprio dipendente, sostenendo «ch’egli disimpegna con molto zelo ed onestà il suo dovere». Pochi giorni dopo chiese anche il ritorno nell’opificio di altri quattro dei dieci detenuti perché «ora necessitano per la lavorazione occorrente per le forniture di vestiario del Reale Esercito».

Sava era troppo potente perché gli si potessero negare determinati soggetti, la cui specializzazione consisteva probabilmente nella cogestione dell’ordine interno con l’esercizio della forza d’intimidazione, piuttosto che nel lavoro di fabbrica. L’imprenditore fu quindi accontentato, con l’obbligo di «vegliare personalmente la condotta di questi detenuti».

Fonti:

Antonio Fiore, Camorra e polizia nella Napoli borbonica, 1840-1860

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