Eleonora Pimentel Fonseca, una donna fuori dall’ordinario: pagò con la vita i suoi ideali

Eleonora Pimentel de Fonseca è stata una giornalista, politica, poetessa, si inserisce nel contesto culturale dell’illuminismo e fa da sfondo Napoli, una città cosmopolita. Accede nei circoli culturali entrando in contatto con gli intellettuali dell’epoca.

Nasce a Roma il 13 gennaio 1752, figlia di un nobile di origine spagnola, Clemente de Fonseca, e di una nobile di origine portoghese, Caterina Lopez di Leon. I de Fonseca si trasferiscono a Napoli sotto suggerimento dello zio di Elonora, Antonio Lopez, perché ci sono dei forti dissapori tra lo Stato della Chiesa e il Portogallo.

La ragazza vive a Napoli nei Quartieri Spagnoli, viene istruita da Antonio Lopez che è incline nelle materie letterarie tanto da consentirle di conoscere anche il latino e greco. Eleonora si interessa tanto delle materie letterarie quanto di quelle scientifiche. Il fatto che una donna si acculturasse non è un’originalità, le nobili dell’epoca possono tranquillamente ampliare le proprie conoscenze.

La casa dov’è vissuta Eleonora Pimentel Fonseca

Inizia a scrivere molte poesie che rimandano allo stile arcadico di Metastasio, questo viene confermato da Eleonora quando invia una lettera allo stesso Metastasio, tra i due si crea una fitta corrispondenza che comprende l’intero arco della vita di Eleonora.

Scrive svariate opere letterarie dedicate alla famiglia reale dei Borbone, tra queste cito le prime due “A Maria Carolina Regina delle due Sicilie per l’Augustissimo parto d’una seconda Bambina (1773) ”, trattasi di un sonetto in onore della nascita di Maria Luisa, figlia di Maria Carolina d’Austria e Ferdinando IV, poi “La nascita di Orfeo (1775)”, una cantata dedicata al neonato principe ereditario Carlo Francesco di Borbone.

Le epistole della donna non si fermano a Metastasio, ma coinvolgono altri noti illuministi dell’epoca come Voltaire, quest’ultimo le dedica alcune parole (1776) sul Giornale letterario di Siena, in merito a un sonetto che gli ha dedicato.

Il 1778 segna due eventi degni di nota per Eleonora: i de Fonseca diventano ufficialmente sudditi del regno e un regio decreto li legittima come nobili portoghesi, inoltre Eleonora, all’età di 25 anni, sposa Pasquale Tria de Solis, un militare di 20 anni più grande di lei che appartiene alla piccola nobiltà napoletana.

La differenza culturale e sociale tra i due non tarda ad arrivare. Eleonora vive la vita di coppia in una forte contrapposizione tra l’amalgamarsi alla tradizione femminile nell’essere una moglie esemplare, servizievole, e l’essere una donna di cultura che provoca imbarazzo al suo uomo.

Conduce una vita matrimoniale infelice: subisce 2 aborti e le quotidiane botte del marito. Il suo essere madre trapela dalle due opere letterarie dedicate ai suoi aborti, la prima dal titolo “Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio (1779)” ed è costituita da 8 sonetti dedicati a suo figlio Francesco che muore a 8 mesi, il 13 ottobre 1778.

In questa sede inserisco il secondo sonetto, nelle prime due quartine Eleonora esterna il ricordo amorevole del figlio in vita; invece le due terzine rimandano al suo presente, al dolore della morte del figlio:

Figlio, mio caro figlio, ahi! l’ora è questa
Ch’io soleva amorosa a te girarmi,
E dolcemente tu solei mirarmi
A me chinando la vezzosa testa.

Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
I’ ti cibava; e tu parevi alzarmi
La tenerella mano, e i primi darmi
Pegni d’amor: memoria al cor funesta.

Or chi lo stame della dolce vita
Troncò, mio caro figlio, e la mia pace,
Il mio ben, la mia gioia ha in te fornita?

Oh di medica mano arte fallace!
Tu fosti mal accorta in dargli aita,
Di uccider più, che di sanar, capace.

La seconda opera è “Ode elegiaca per un aborto (1779)”, si tratta di un’ode in cui viene esternato il dolore della perdita di un altro figlio e la gioia di essere ancora viva, perché la sua vita è stata messa in pericolo dall’aborto stesso. Il suo salvatore è Mr Pean, lei ringrazia le madri inglesi per aver messo al mondo persone come chi le ha salvato la vita.

La donna prova ad assecondare il volere del marito ma non ci riesce, quindi il padre di lei passa per le vie legali attraverso il divorzio che avrà luogo nel 1785. Il padre muore poco dopo, Eleonora vive un periodo di forte instabilità economica, questa situazione viene risolta dall’intervento dei Borbone offrendole un sussidio per i suoi talenti che vanno al di là dell’ordinario femminile.

Eleonora continua a scrivere opere letterarie dedicate ai Borbone, le cose però cambiano a seguire delle adesioni degli intellettuali alle idee politiche rivoluzionari e dell’imminente arrivo dei francesi in Italia. In questo clima, i Borbone abbandonano il programma di riforme ed emanano provvedimenti di tipo poliziesco.

Eleonora offre la sua casa come luogo di discussione tra intellettuali. Noi non conosciamo se anche lei ha preso parte alla congiura del 1792 – 94 cui partecipano alcuni dei suoi amici, però la sua presa di posizione pro rivoluzione viene avvertita dalla perdita del sussidio reale del 1797 e dal suo arresto essendo imprigionata nel carcere della Vicaria 1798.

Durante gli anni del carcere realizza un sonetto “Contro Maria Carolina: Rediviva Poppea, tribade impura”. Si dibatte tra intellettuali se il testo sia stato scritto di pugno da Eleonora. C’è chi crede che il testo sia stato utilizzato come accusa per giustificare la condanna a morte di Eleonora. I toni sono molto aspri, da qui si comprende chiaramente l’allontanamento della donna dai Borbone:

Rediviva Poppea, tribade impura,
d’imbecille tiranno empia consorte
stringi pur quanto vuoi nostra ritorta
l’umanità calpesta e la natura…

Credi il soglio così premer sicura,
e stringer lieto il ciuffo della sorte?
Folle! E non sai ch’entro in nube oscura
quanto compresso è il tuon scoppia più forte?

Al par di te mové guerra e tempesta
sul franco oppresso la tua infame suora
finché al suolo rotò la indegna testa…

E tu, chissà? Tardar ben può, ma l’ora
segnata è in ciel ed un sol filo arresta
la scure appesa sul tuo capo ancora.

I lazzari assediano la Vicaria durante la rivoluzione (1799), quindi liberano Eleonora, una volta liberata entra a far parte del comitato dei patrioti, i quali sono propensi a una Repubblica democratica in opposizione nei riguardi di un potenziale governo anarchico o aristocratico dominato dagli eletti della città. Il comitato conquista Sant’Elmo il 20 gennaio, in un secondo momento fanno breccia i francesi nel territorio, il 22 gennaio nasce la Repubblica napoletana. Eleonora compone un inno alla libertà i cui temi principali sono l’odio al re e il giuramento alla libertà, tuttavia il testo non ci è pervenuto.

Eleonora svolge un importante ruolo politico per la Repubblica: scrive per il Monitore napoletano, un giornale che si occupa di pubblicare tutte le notizie che hanno per oggetto i provvedimenti politici emanati dalla Repubblica. Il Monitore ha un breve respiro che va dal 2 febbraio all’8 giugno del 1799. Si dibatte sull’ideatore della redazione tra C. Lauberg o la stessa Eleonora, comunque sia la gestisce prima Lauberg poi Eleonora, perché il primo viene nominato presidente del governo provvisorio il 25 gennaio.

Eleonora scrive per la redazione dalla sua nascita alla sua fine, riporta notizie ufficiali ma anche personali, per esempio: sul malcostume dei soldati francesi a Napoli, la lunga discussione da parte del governo sull’abolizione del feudo, il modo di educare i popolani al nuovo governo istruendoli attraverso un linguaggio a loro comprensibile, cioè utilizzando il dialetto napoletano.

Negli ultimi mesi del giornale, Eleonora scrive sempre meno opinioni personali per cedere il posto alle notizie ufficiali, questo perché il cardinale Ruffo è oramai  alle porte di Napoli.

Il cardinale Ruffo giunge a Napoli il 13 giugno, alcuni giorni dopo firma una capitolazione, in altre parole concede un’amnistia a tutti i patrioti della Repubblica, tuttavia Ferdinando IV la ritira e quindi Eleonora viene condannata all’impiccagione, dopo la sentenza emanata il 17 agosto dalla Giunta patrocinata da V. Speciale. Eleonora chiede di essere decapitata in quanto nobile.

Vincenzo Cuoco ci offre gli ultimi istanti di Eleonora: “Prima di avviarsi al patibolo volle bere il suo caffè, e sorgendo dalla sua sedia le sue parole furono: forsan haec olim meminisse juvabit” (“Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”). La donna sale sul patibolo posto in Piazza Mercato, si lega bene il vestito scuro alle gambe per evitare che i popolani ne approfittassero nel vederla da sotto, poi viene impiccata il 20 agosto 1799.

Sitografia:
– http://www.treccani.it/enciclopedia/fonseca-pimentel-eleonora-de_(Dizionario-Biografico)/

Bibliografia:
– Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Tipografia milanese, Milano, 1801
– Maria Rosaria Pellizzari, Eleonora de Fonseca Pimentel: morire per la rivoluzione, <>, 2008
– Elena Urgnani, La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel, La città del sole, 1998

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