Incontro di Teano: Angelo Forgione spiega perché l’Unità d’Italia è un fallimento

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Il 26 ottobre 1860 avvenne, a Vairano Scalo, quello che passerà alla storia come “Incontro di Teano”, durante il quale Giuseppe Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II l’occupato e ormai conquistato Regno delle Due Sicilie. Perché, tuttavia, “Incontro di Teano” e non “Incontro di Vairano”? La scelta degli storici risiede, quasi sicuramente, nella circostanza che Teano fosse all’epoca una città ben più prestigiosa di una frazione di Vairano: un incontro così importante non poteva tenersi infatti, obbedendo alla retorica risorgimentale, tra qualche casupola. Ma ci sono altri retroscena, e ben più importanti, dietro quell’incontro. Abbiamo chiesto ad Angelo Forgione, scrittore e giornalista meridionalista, di raccontarceli.

L’incontro di Teano, o meglio di Vairano, tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi è stato un momento cruciale per le sorti del Mezzogiorno, che va oltre la mera “consegna” del Regno delle Due Sicilie, fatto di per sé già estremamente rilevante, al regnante sabaudo. Quali sono i retroscena salienti e le conseguenze dell’incontro?

Quell’appuntamento, in realtà, fu un licenziamento vero e proprio per Garibaldi, un atto formale per porre fine alla sua invasione piratesca ed evitare che arrivasse a Roma, cosa che avrebbe provocato l’intervento di Napoleone III, mettendo in discussione la conquista del Sud. Il Regno delle Due Sicilie, con una sovranità e una monarchia italiana legittima, non poteva certamente essere invaso da un altro Stato e da un’altra monarchia. L’operazione passò necessariamente attraverso una sommossa di carattere popolare rivoluzionario. Garibaldi era la figura ideale per inscenarla con una spedizione di volontari che, apparendo spontanei rivoltosi, avrebbero fruttato l’approvazione internazionale. Ma al Generale, assicurato il controllo di Napoli, cacciatone il Re e garantito il corretto svolgimento del plebiscito per l’annessione del Sud al Regno di Sardegna, fu fatto capire in corsa che il suo compito era finito e che avrebbe dovuto accettare di uscire di scena, lasciando il testimone all’esercito regolare, in modo da ammantare la rivoluzione di un’ingannevole liceità patriottica. Licenziato da Vittorio Emanuele, Garibaldi sciolse il suo esercito, non prima però di aver schierato in riga tutti i suoi uomini, davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, il 6 novembre 1860, per ricevere gli onori del re al quale aveva regalato Napoli e il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana. Il “Re Galantuomo” lo umiliò puntando direttamente su Napoli, non una città qualsiasi in dote ma la vera capitale d’Italia, l’unica di rango davvero europeo della Penisola.

Si sta diffondendo sempre di più, grazie soprattutto ai nuovi Media e al lavoro di studiosi indipendenti, tra cui Lei, un’immagine di Giuseppe Garibaldi spesso nascosta dagli storici, ossia quella di una sorta di marionetta nelle mani di Vittorio Emanuele II. Qual è la sua riflessione in proposito?

Garibaldi era evidentemente un massone dell’Ottocento, secolo di sconvolgimenti e rivoluzioni industriali, e perciò persona animata da precisi intenti generati dalla disputa tra gli opposti mondi della Massoneria e della Chiesa, inasprita per una ben più alta posta, messa in palio da grandi interessi economico-politici. Garibaldi si coinvolse in un’operazione internazionale ricca di delicati coinvolgimenti. Fece il gioco monarchico di Vittorio Emanuele II, abbandonando gli ideali repubblicani di Mazzini, ma fece molto più ampiamente il gioco degli amici massoni britannici. Nel 1846, il nizzardo aveva incontrato il politico inglese Lord Palmerston, dal quale aveva avuto appoggio per eventuali sollevazioni in Italia, e nel 1854, l’anno della concessione per la realizzazione del Canale di Suez, aveva visto politici e grossi imprenditori del Regno Unito a Tynemouth House, presso Newcastle, nel nord-est dell’Inghilterra, per ottenere segretamente armi, munizioni e danari necessari a intraprendere la campagna per la spedizione nelle Due Sicilie. C’era da sopprimere uno stato nel Mediterraneo pronto a beneficiare con la sua importante flotta mercantile della vicinanza al Canale di Suez; c’era da eliminare il più grande impedimento alla formazione di uno Stato nazionale italiano laico, totalmente depurato dal cattolicesimo; c’era da spazzar via uno stato che non solo era amico di Pio IX ma aveva pure stretto alleanza col temuto Zar Nicola di Russia; c’era da sopprimere uno stato governato da un re spavaldo e assolutista che faceva di testa sua e se ne infischiava delle pretese di riconoscenza dei britannici, antichi protettori del nonno dal nemico francese. Lo sbarco dei Mille in Sicilia avvenne non a caso a Marsala, un piccolo feudo di imprenditori britannici del vino, sotto protezione di due navi inglesi, la Argus e la Intrepid.

Quali sono, se ci sono stati, gli errori di Francesco II durante l’occupazione per la conquista delle Due Sicilie e dopo la resa? Secondo Lei è vero che avrebbe potuto fare di più per riconquistare la corona?

Avrebbe potuto fare ben poco. Ormai gli uomini chiave dell’esercito borbonico erano venduti al soldo della volontà nemica. Le macchinazioni, come ho detto, erano partite anni prima. E le nazioni europee non mossero un dito per il Borbone. Neanche l’Austria di Francesco Giuseppe, che fu sollecitato dalla moglie Sissi, sorella di Maria Sofia di Napoli. L’Imperatore asburgico preferì evitare di intromettersi in uno scenario in cui le grandi potenze europee avevano deciso perentoriamente le sorti italiane.
In ogni caso, l’Unità d’Italia, in una maniera o in altra, si sarebbe fatta. È semmai il modo che è stato certamente sbagliato. Il problema non era e non è l’Italia unita ma l’Italia sabauda, figlia del diritto piemontese e dello Statuto Albertino. Lo Stato alla piemontese ha aperto una frattura tra la “Questione settentrionale”, politica e istituzionale, e la “Questione meridionale”, economica e culturale, con cancrena dagli esiti drammaticamente attuali, che tali resteranno ancora per chissà quanto tempo.

A che punto è, a suo avviso, il processo di emancipazione storica e culturale del Mezzogiorno rispetto a un giogo imposto sin dai primi momenti dell’Unità d’Italia?

Napoli è già ampiamente emancipata dalla retorica risorgimentale. Il resto del Mezzogiorno, nel complesso, no. Ma il problema vero è che, dopo più di un secolo e mezzo di unità, la nazione figliata dai Savoia non trova un orgoglio condiviso, e mai lo troverà. Qui c’è tutto il fallimento di una narrazione che ancora si sforza di imporre simboli patriottici nel tentativo di forgiare una coscienza collettiva della Nazione, di fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, cioè costruirli in laboratorio, e di dare un’idea di grandezza del Paese che possa rendere tutti orgogliosi. Non funzionerà mai.

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