“Elvira (Elvire Jouvet 40)”: al Teatro Bellini le riflessioni di Toni Servillo sul senso del teatro

Visto in superficie, “Elvira (Elvire Jouvet 40)” diretto e interpretato da Toni Servillo, tornato al Teatro Bellini e in replica fino al 20 gennaio, sembrerebbe il compimento di un’esigenza (e di un’urgenza) drammaturgica ben precisa: raccontare il lavoro attoriale, rappresentando quell’intimo groviglio di aneliti che scandiscono la vita degli attori e il loro intricato ginepraio di sensazioni che si consuma lontano da occhi indiscreti, nell’atmosfera segreta ed estenuante di un teatro fruito come palco di prova. “Elvira”, dunque, porta in scena ciò che resta costantemente fuori scena, a luci spente, in una sala priva di pubblico e che, per questo, non lascia alcuna testimonianza di sé al di fuori di quanto custodito dalla memoria degli attori.

L’osservazione non potrebbe essere delle più puntuali, dato che “Elvira” sorge in seno ad una serie di prove teatrali reali, con precisione, quelle che Louis Jouvet tenne a Parigi, all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale, presso il Conservatorio Nazionale Superiore d’Arte Drammatica. Dalla stenografia di tali lezioni, il drammaturgo francese ha poi sviluppato l’opera “Moliere e la commedia classica” dal quale nel 1986 l’attrice e regista teatrale Brigitte Jaques ha forgiato la drammaturgia di “Elvire Jouvet 40”. Nello stesso anno, Strehler inaugurò il neonato Piccolo Teatro Studio di Milano proprio con “Elvira, o la passione teatrale”.

Dal 2016, Toni Servillo porta in scena con successo nei teatri internazionali la propria interpretazione di tale spettacolo, accompagnato da Petra Valentini, Francesco Marino e Davide Cirri. L’azione scenica si muove in un ampio spazio che coinvolge, oltre al palcoscenico, anche la prima fila di poltrone e i corridoi laterali e centrali della platea, al fine da ricreare la percezione spaziale di un teatro adibito a spazio di prova. Con fedele andamento cronologico, i quattro attori riproducono le sette lezioni di Jouvet (interpretato da Servillo) sul “Don Giovanni” di Molière. Nello specifico, le prove affrontano lo studio della scena in cui Elvira tenta di dissuadere Don Giovanni dalla propria esistenza licenziosa, scandita da azioni di sfrenato edonismo.

“Elvira” si presenta, pertanto, come un autentico studio di filologia del sentimento teatrale, in cui il maestro Servillo, nei panni di Jouvet, cerca di istruire l’allieva Claudia (Petra Valentini) che interpreta Elvira, spronandola ad esprimere nella propria recitazione la medesima purezza e intensità della passione d’amore che il suo personaggio nutre nei riguardi di Don Giovanni. Il mentore lavora costantemente a tirar fuori dalla sua allieva un’emotività che, a suo dire, l’attore deve essere in grado di vivere sulla scena piuttosto che, meramente, interpretare: «Io non chiedo niente a questo pezzo, io chiedo che l’attrice che me lo reciti, me lo reciti all’altezza del testo, ma con tenerezza, radiosamente». Ciò è possibile, spiega sempre Servillo, solo imparando a sentire, piuttosto che a leggere, la pagina di Molière, cercando di assorbire la vibrante corda emotiva sottesa al testo.

La pièce, dunque, si presenta come l’atto di iniziazione di Claudia, al fine di far rivivere nella sua voce e nei suoi gesti la medesima grammatica di tenerezza e radiosità del personaggio di Molière. Iniziazione che si consuma nell’incontro tra i due protagonisti, un dialogo a due tra maestro e allieva scandito in un confronto denso e serrato. Uno scambio sì profondo, ma che in più momenti sembra dar vita ad una interpretazione priva dell’essenziale erotismo pedagogico indispensabile per infondere quel realismo emotivo che la drammaturgia stessa pretende di mostrare.

Ciò che risulta stridente rispetto alle ambizioni dello spettacolo, è proprio l’interpretazione di Servillo: nelle vesti di un maestro che, cercando di istruire l’allieva Claudia su come si debba davvero sentire l’emozione vissuta da Elvira al cospetto di Don Giovanni, svolge invece la sua prova in modo didascalico, dottrinale. La sua interpretazione sembra infondere la pedanteria di un maestro qualunque, piuttosto che l’intima sensibilità di un mentore di teatro. Alla pièce, pertanto, sembra mancare la necessaria sospensione erotica (da intendersi esclusivamente in senso greco), ovvero l’urgenza di “scrivere nell’anima di una persona” per parafrasare le eterne riflessioni dei dialoghi erotici di Platone. La suddetta mancanza potrebbe correre il rischio di rendere meno plausibile la recitazione di Servillo, i cui gesti sembrano del tutto mancanti dell’esigenza di “scrivere autenticamente” nell’animo dell’allieva Claudia e, pertanto, anche degli spettatori.

Il pubblico, però, sembra non accorgersi della lacuna erotica e, a giudicare dagli applausi fragorosi a fine spettacolo, acclama i protagonisti con soddisfazione. Tale effetto, potrebbe fungere da ottimo spunto per una indagine sociologica sulla tipologia di pubblico che, ai nostri giorni, è solita frequentare il teatro. Una sala affollata, probabilmente solo perché il nome altisonante del celebre attore sembra automaticamente garantire alla pièce la sua garanzia di “prodotto culturale d’alto livello”, grazie al quale il pubblico potrà compiacersi abbastanza del proprio interesse nei riguardi dei prodotti culturali del momento.

E’ legittimo indagare, però, l’eventuale consistenza di tale convinzione, domandando quanto sia responsabile l’eccessiva fiducia riposta nel gran nome dell’attore, dall’esimersi da una considerazione più profonda (e probabilmente anche più sincera) in merito non solo alla prova di Servillo ma anche, e soprattutto, in merito al modo in cui oggi il “pubblico” è solito rapportarsi nei riguardi della cultura.

C’è il rischio, per uno spettatore forse fin troppo abituato (e limitato) alla celebrazione del grande nome, che un’osservazione di tal fatta possa essere del tutto elusa, tacciando di insensibilità artistica chiunque ponga una critica del genere. Eppure, l’impressione qui posta, sembra essere giustificata da una riflessione che lo stesso Jouvet esprime nel corso della rappresentazione: «Ci sono quegli attori che si fanno precedere dal personaggio, loro arrivano dopo un po’, quelli che arrivano prima loro e poi il personaggio se arriva, arriva».

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