Ludopatia: disturbi della personalità, tentativi di suicidio. Ecco come riconoscerla

Ludopatia

Me ne dia un altro” dice Maria, un’anziana signora alla cassiera del bar … e giù a grattare compulsivamente sul “gratta e vinci” di turno, nella speranza di una vincita che non arriva mai … e quando arriva, anche minima, si ripete la storia: “Me ne dia un altro!

Dopo aver lavorato una vita in banca Giorgio, 65 anni, è in pensione dal 2010. Vive in provincia di Napoli e dopo una vita spesa a lavorare con i soldi, senza un attimo di tregua, ora si ritrova con tanto tempo libero, a bighellonare nel bar sottocasa. Tra una parola e un’altra, un caffè e l’altro, per caso la sua attenzione è stata “catturata” dal rumore delle monetine che cadono da una macchinetta. Una campanella ha suonato nella sua testa: “perché non provo anch’io? Chissà, magari vinco qualcosa“… Ha iniziato a giocare e, senza accorgersene, in poco tempo è sprofondato nella dipendenza.

Paolo, studente di 19 anni, è in rosso perché ha perso una grossa somma di denaro al videopoker online, ma non riesce a fermarsi, perché spera sempre nella “magica” vincita che lo riscatterà.

Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di quella che, definita comunemente “ludopatia” è una vera e propria patologia, riconosciuta dal manuale diagnostico-terapeutico delle malattie psichiatriche dell’American PsychiatricAssociation.

Nella nuova edizione del manuale, il DSM-5, il gioco d’azzardo patologico (GAP) è stato riclassificato come disorderedgambling (gioco problematico) e collocato nell’area delle dipendenze (addictions) per le similarità tra il GAP e le dipendenze da alcol e altre sostanze d’abuso. Esso è caratterizzato da un “comportamento persistente, ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari lavorative”.

Da testimonianze raccolte emerge come la molla che spinge il giocatore compulsivo non è la possibilità di un facile guadagno ma per il piacere che gli deriva dal giocare. Di fronte al gioco perde completamente il controllo, tanto che a un certo punto la sua vita è completamente pervasa dal desiderio di giocare, arrivando così ad un deterioramento nei rapporti familiari, affettivi e lavorativi.

Ma quali sono le cause psicologiche? E quali i campanelli d’allarme?

Trattandosi di una dipendenza vera e propria, il disorderedgambling è caratterizzato da insicurezza, spesso associata ad altri disturbi psicologici. Dalla letteratura scientifica emerge una forte associazione fra il gioco d’azzardo ed altri comportamenti a rischio, come il consumo e l’abuso di sostanze psi-coattive. I giocatori compulsivi possono appartenere a qualsiasi ceto sociale, per cui non necessariamente è l’indigenza a spingerli al gioco, quanto un’insoddisfazione diffusa e un’emotività repressa.

La ludopatia presenta, inoltre la contemporanea coesistenza con altre patologie come i disturbi dell’umore, i disturbi di personalità, i disturbi del controllo degli impulsi, il desiderio di farla finita e/o tentativi di suicidio, la tendenza a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti.

Tra i fattori di rischio uno molto importante è quello dell’ereditarietà e/o della familiarità ma non è da sottovalutare il contesto nel quale si cresce.

Un altro pericolo è quello rappresentato da una grossa offerta da parte dello Stato ma anche di privati, sempre più spesso pubblicizzata dai mass media. Sempre più spesso movimenti di sensibilizzazione sottolineano come spesso sia proprio lo Stato a lucrare sulle dipendenze degli italiani ma, evidentemente, i giocatori portano una quantità di denaro ingente nelle casse dello Stato che… fa orecchio da mercante.

Ma in cosa si distinguono i giocatori problematici?

In una ricerca effettuata nel 2014 del CNR di Pisa emerge che la differenza sta sia nella frequenza di gioco sia nelil numero di giochi effettuati: il 51% dei problemgamblers ha giocato 20 o più volte durante l’anno a fronte del 33% dei giocatori a rischio e del 9% dei giocatori non problematici, quelli che chiameremo “giocatori sociali”. Inoltre praticano anche più giochi, che online, e circa il 12%trascorre (ovviamente) molto più tempo rispetto alla media (mediamente 5 ore in un gior¬no infrasettimanale) al bar o in locali pubblici a giocare ai videogiochi (contro il 2% circa dei giocatori a rischio e meno dell’1% di quelli sociali).

Ma è possibile uscirne?

Attraverso programmi di recupero specifici è possibile riuscire a smettere ma, rispetto a chi non ha mai giocato c’è un rischio maggiore di “ricadute”. È necessario comunque un lavoro di équipe che vede coinvolti psichiatri (per la terapia farmacologica), psicoterapeuti (per la psicoterapia) ed esperti di finanza ed economia). Utili possono essere anche gli incontri di gruppo sia per la psicoterapia sia in gruppi di auto-mutuo aiuto. Tuttavia “prevenire è meglio che curare”, di conseguenza, interventi educativi preventivi, soprattutto tra i più giovani sarebbero non solo auspicabili ma potrebbero rappresentare un punto di svolta.

Per concludere un’informazione utile: temi che tu o un tuo conoscente abbia dei comportamenti “a rischio”? Svolgi gratis il test online presso il sito www.vinciamoilgioco.org.

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