Carcere di Poggioreale: 30 palestre per i detenuti, ma il cammino è ancora lungo

carcere di poggiorealeUna giornata importante per i detenuti del Carcere di Poggioreale. Un accenno di cambiamento, laddove il giusto cambiamento renderebbe quelle celle, per molto tempo sporche e sovraffollate, funzionali al loro scopo, che non è la reclusione promiscua o il maltrattamento gratuito, ma la ri-educazione. Tuttavia, l’evoluzione è lenta e bisogna aspettare.

Anche se ci sono degli attori sociali che non restano a guardare, come l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, la quale ha adoperato i fondi dell’Otto per mille di cui beneficia per la creazione di 30 palestre multifunzione destinate ai detenuti, più numerosi attrezzi correlati che potranno usare anche gli agenti.

“Il carcere è un luogo di sfida – afferma il pastore Jens Hansen, membro della Tavola valdese – Sappiamo bene che molti pensano al carcere solo come un luogo di reclusione, uno spazio in cui confinare un colpevole in una cella chiusa a chiave, che poi va buttata via. Per noi credenti non è così: partendo dalle Scritture sappiamo che c’è la pena per un’azione malvagia compiuta, ma anche il perdono e la possibilità che una persona possa cambiare”.

Come riporta l’Eco delle Valli Valdesi, Antonio Fullone, il Direttore della casa circondariale, ha accolto con molta disponibilità la piccola delegazione formata da rappresentanti della chiesa Valdese e altre associazioni, come Alba Chiara, nel giorno della presentazione del progetto, che ha preso il nome di “Poggioreale in-forma.”

In effetti con la sostituzione di quasi tutti i vertici alla direzione del carcere, avvenuta nel 2014, molte cose stanno cambiando. Migliorando. Come il numero dei detenuti, che si è ridotto di almeno mille unità.

Con l’arrivo del Direttore Fullone, inoltre, si è anche introdotto il “regime aperto”, ossia le celle aperte per 8 ore al giorno, con la possibilità di dialogare e incontrarsi con gli altri detenuti. Mentre nel rapporto Antigone, risalente al 2013, si leggeva: “I detenuti trascorrono 22 ore al giorno in cella, avendo un’ora d’aria la mattina e una al pomeriggio che trascorrono in un cortile di dimensioni inadeguate per un così gran numero di persone. Alcuni passano ventiquattr’ore al giorno in cella senza uscirne mai. Inoltre la struttura non dispone di spazi comuni da utilizzare al di fuori delle celle.”

Le condizioni di Poggioreale, per decenni, sono state altamente discutibili. E i cambiamenti che stanno avvenendo sono necessari, ma non bastano. Le celle sono ancora sovraffollate.

La situazione che emerge da un documentario su Poggioreale (L’inferno in una stanza) del 2013 a cura di Marco Piscitelli non è tra le migliori: celle che potevano contenere 5 detenuti, ne contenevano anche 12; la promiscuità tra i detenuti comportava la trasmissione di patologie mal curate a causa di un carente sistema sanitario; i reclusi erano costretti a cucinarsi con dei fornelli appoggiati sui sanitari. 

“Entrano nel carcere colpevoli di un reato che hanno commesso. Escono dal carcere vittime di un reato che hanno subito.”

Queste sono le parole che il Cappellano del carcere di Poggioreale pronuncia all’interno del documentario in questione, sottolineando che l’assenza di un minimo percorso riabilitativo recinta i detenuti nelle vite precedenti, senza stimoli per andare avanti. I tossici, spiega, parlano solo delle esperienze passate perché null’altro c’è.

Secondo il rapporto Antigone risultano 614 i tossici sotto trattamento di metadone e subitex e 35 i seriopositivi.

I cambiamenti ai vertici del 2014, pertanto, sono stati inevitabili dopo la focalizzazione mediatica e istituzionale sulle condizioni di Poggioreale. Tuttavia, i cambiamenti da effettuare sono ancora molteplici e riguardano, prima di tutto la concezione del sistema carcerario, anche nelle coscienze comuni. La rabbia, la frenesia e le sete di giustizia provoca reazioni istintive nel popolo, che dimentica la funzione primordiale del carcere, ossia quella riabilitativa. Quella di ri-generare il senso civico e umano del malfattore, per riportarlo in società dopo profonde auto-analisi. Questo per dire, che i cambiamenti importanti partono dalla radice, ossia dal pensiero collettivo, prima di quello governativo.

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